Le ricadute sul mondo del lavoro dell’emergenza sanitaria colpiscono soprattutto le donne. Nel secondo trimestre dell’anno il numero di lavoratrici è diminuito di 470mila unità. I dati sono stati presentati questa mattina dal presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, in audizione sulla manovra presso le Commissioni bilanci di Camera e Senato. La ragione è che le donne sono occupate in proporzione maggiore rispetto ai maschi nel settore dei servizi, il più martoriato dalla crisi con 809mila posti di lavoro in meno rispetto ad un anno fa. Il tasso di occupazione femminile (ossia la quota di donne che lavorano sul totale di quelle in età lavorativa) si ferma al 48,4% a fronte del 66,6% degli uomini. Un dato che pone l‘Italia al penultimo posto in Europa davanti alla sola Grecia. “I dati sull’occupazione femminile in Italia permangono preoccupanti nonostante il livello di istruzione femminile sia sensibilmente maggiore di quello maschile“, commentato Blangiardo.

Camerieri e baristi i più colpiti, bene gli addetti alle consegne – Più in generale, ha spiegato il presidente dell’Istat, “Gli effetti della crisi occupazionale dovuta all’emergenza sanitaria si sono in prevalenza ripercossi sulle componenti più vulnerabili del mercato del lavoro ossia giovani, stranieri e appunto donne, sulle posizioni lavorative meno tutelate e nell’area del Paese che già prima dell’emergenza mostrava le condizioni occupazionali più difficili, il Mezzogiorno; in altre parole, la pandemia sembra aver avuto l’effetto di acuire i divari preesistenti nella partecipazione al mercato del lavoro“. Esaminando i settori oltre la metà del calo occupazionale ha riguardato professioni nei servizi e nel commercio (-10,2% rispetto allo stesso periodo del 2019); in forte diminuzione anche gli impieghi non qualificati (-5,7%), mentre le professioni impiegatizie, quelle qualificate e, soprattutto, le professioni operaie hanno registrato cali inferiori alla media. Tra le figure professionali più colpite spiccano camerieri, baristi, cuochi, commessi ed esercenti delle vendite al minuto, collaboratori domestici e badanti; tra le poche professioni in crescita si segnalano invece i tecnici programmatori o elettronici e gli addetti alle consegne.

Un aiuto alla ripresa dell’occupazione potrebbe venire dall’inventivo alle assunzioni contenute nella legge di bilancio. Tra i giovani under36, calcola l’Istat, sono circa 2 milioni 375mila quelli che rappresentano la platea interessata dalle agevolazioni. Si tratta, ha spiegato, sia di disoccupati (893 mila), cioè di individui che hanno svolto azioni di ricerca e sono immediatamente disponibili a lavorare, sia di forze di lavoro potenziali (1 milione 482 mila) che includono quanti, pur non avendo svolto azioni di ricerca, sono immediatamente disponibili a lavorare (1 milione 416 mila) e chi ha cercato lavoro ma non è immediatamente disponibile (66 mila).

Più decessi ma anche meno nascite – L’attuale crisi sanitaria ed economica potrebbe influire negativamente anche sulla natalità. “È, infatti, legittimo ipotizzare che il clima di paura e incertezza e le crescenti difficoltà di natura materiale (legate a occupazione e reddito) orienteranno negativamente le scelte di fecondità delle coppie italiane”, ha sottolineato Blangiardo. “I 420 mila nati registrati in Italia nel 2019, che già rappresentano un minimo mai raggiunto in oltre 150 anni di unità nazionale, potrebbero scendere, secondo uno scenario Istat aggiornato sulla base delle tendenze più recenti, a circa 408 mila nel bilancio finale del corrente anno – recependo a dicembre un verosimile calo dei concepimenti nel mese di marzo – per poi ridursi ulteriormente a 393 mila nel 2021″, ha aggiunto. L’assegno unico, se accompagnato da altri interventi, può “dare una mano ad attenuare la caduta” dei nuovi nati, ha detto Gian Carlo Blangiardo. “Non è la soluzione che risolve il problema se abbandonato a se stesso, ma insieme ad altri interventi può dare una mano”.

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