Dopo giorni di trattative e fughe in avanti, con i presidenti delle Regioni decisi a chiedere al governo un’immediata revisione dei 21 parametri dell’Iss che loro stessi hanno ratificato oltre un mese fa, sembra finito in parità lo scontro approdato in queste ore a Palazzo Chigi. Nonostante le pressioni di chi vorrebbe rimettere in discussione l’intero meccanismo delle tre zone di rischio, l’esecutivo è rimasto fermo su un punto: i criteri per ora non si cambiano. Tutto rimarrà invariato fino alla scadenza del dpcm in vigore, cioè il 3 dicembre. I governatori però un risultato l’hanno ottenuto: sarà un tavolo tecnico tra le Regioni, l’Istituto superiore di Sanità e il ministero della Salute a valutare eventuali modifiche da inserire nel prossimo provvedimento. Uscito dal vertice, il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ostenta ottimismo: “Dobbiamo garantire chiarezza anche nel dibattito pubblico. Questo modello sta funzionando e regge sull’assunzione reciproca di responsabilità. Le proposte scientifiche della Conferenza delle Regioni – aggiunge in una nota – saranno oggetto di un rigoroso confronto“. Poi annuncia che ci sarà un “coordinamento politico” tra Roma ed enti locali in vista del Natale. Il presidente della Liguria, Giovanni Toti, parla di “riunione proficua“, ma la tregua potrebbe durare meno di 24 ore. Entro il weekend, infatti, l’Iss e la cabina di regia analizzeranno i nuovi dati sul monitoraggio della pandemia per valutare l’eventuale slittamento di nuove Regioni in zona arancione o rossa. E Boccia non ha affatto escluso l’ipotesi.

Intervenuto a Oggi è un altro giorno su Rai1, il ministro ha avvertito che una nuova stretta potrebbe essere imminente. Nonostante la curva dei contagi a livello nazionale stia rallentando, infatti, tra i diversi territori il virus non corre allo stesso modo. Boccia è poi tornato a rivolgersi ai governatori, sottolineando che la possibilità di differenziare le restrizioni tra le province di ciascuna Regione “è già prevista”. Anche perché i ristori per le categorie economiche colpite dalla stretta sono garantiti sia in caso di ordinanze regionali, sia di decisioni del governo. Il messaggio, su cui è intervenuto anche il premier Giuseppe Conte, è indirizzato soprattutto alla Puglia. Il presidente Michele Emiliano, infatti, ha inviato una lettera al ministro della Salute Roberto Speranza chiedendo “l’adozione di un provvedimento che inserisca esclusivamente i territori delle province di Foggia e di Bat nella cosiddetta zona rossa, in quanto caratterizzati da uno scenario di massima gravità e da un livello di rischio alto”. Un potere che, ha chiarito Boccia, Emiliano in realtà possiede già.

Resta il fatto che nelle prossime ore la cabina di regia potrebbe dare l’indicazione di inserire tutta la Regione in area rossa. La situazione in Puglia “dipende dai dati. Fa bene Emiliano a chiedere restrizioni e essere rigoroso. Se lo chiede per due province, se ci sono le condizioni, ha senso chiederlo per tutta la Regione nella prima fase”, ha aggiunto il ministro. “Ma aspettiamo i dati”. Tra i territori a rischio c’è anche il Veneto, tanto che il governatore Luca Zaia oggi per la prima volta non ha escluso l’ipotesi di slittamento in altra fascia. “Ci preoccupa il numero dei ricoveri in area non critica, è la vera pressione sui nostri ospedali”, ha dichiarato in conferenza stampa, convocata per comunicare i dati dei contagi accertati nelle ultime 24 ore. “Sono giorni cruciali per i numeri – chiarisce – perché poi domani sera arriva la sentenza”. La sua speranza è che la Regione rimanga comunque in area gialla, confidando sugli indicatori che farebbero ritenere che non ci sia una ‘retrocessione’ in vista. Ben più duri i toni di Toti, che definisce “totalmente ingiustificabile” l’eventuale inserimento della sua Liguria in zona rossa. “Per la verità noi valuteremmo la Liguria per i dati sia del report sia per i dati puntuali di oggi da ritorno in fascia gialla”, ha aggiunto. “Riteniamo – ha spiegato però – che la scelta più corretta dall’analisi dei dati e dalle valutazioni dei nostri esperti è di proseguire almeno alcuni altri giorni sui livelli delle misure attuali“. In bilico ci sono poi Basilicata, Sicilia e Abruzzo, dove però le restrizioni da zona rossa sono già scattate per volontà del governatore Marsilio.

Il rischio, quindi, è che nelle prossime ore i toni tra esecutivo e territori possano tornare a inasprirsi. Anche perché solo 24 ore fa i governatori di Lombardia e Piemonte, Fontana e Cirio, rivendicavano il rispettivo rallentamento della curva e chiedevano a gran voce di ritoccare il meccanismo su cui si sta basando la strategia anti-Covid di Palazzo Chigi. “Il nostro Rt è sceso in maniera sostanziale, tanto che in base ai numeri noi rientreremmo oggi in una zona arancione“, aveva dichiarato Fontana, scatenando la reazione del sindaco di Varese Galimberti – una delle province più colpite dalla seconda ondata – restio a qualunque allentamento delle misure. L’obiettivo dell’esecutivo resta infatti quello di dare continuità alla strategia adottata finora, evitando di cambiare le regole in corsa. L’importante, hanno chiarito diversi ministri nel corso delle ultime ore, è che non si pensi di rivedere le norme attualmente in vigore prima del tempo. E nemmeno che a Natale possa scattare il liberi tutti. “È un dibattito surreale e lunare“, ha sentenziato Boccia. “Noi dobbiamo mettere in sicurezza il maggior numero di persone e consentire a medici e infermieri di fare il loro lavoro eccezionale nella migliore maniera possibile. Pensiamo a loro quando tiriamo fuori il dibattito sul cenone“. La pensa così anche il premier Conte, secondo cui “cenoni, baci e abbracci non saranno possibili. Una settimana di socialità scatenata la pagheremmo a gennaio”.

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