“Se mai prendessi il potere, verresti trascinato per le strade di Damasco fino a che non muori”. E’ stata la risposta di Salah Jadid, uno dei due uomini forti in Siria, all’ultimatum di Hafez al Assad, futuro presidente a vita, che lo invitava a prendere un incarico in una delle ambasciate all’estero.

Siamo nel novembre del 1970. Sta per prendere avvio un congresso nazionale a Damasco. Sono presenti tutti gli uomini forti del momento. Jadid e Nureddin Atassi, presidente-dittatore, sono in prima fila. E’ il 12 novembre e si discute animatamente a riguardo delle posizioni politiche di al Assad. Negli stessi istanti, i militari fedeli a Assad circondano l’edificio. “Ricostruiamo insieme e se falliamo affonderemo insieme”. E’ la chiamata che Assad fa ad un congresso che, per la maggioranza, è contro di lui. Lo sa. Ed è per questo che si rivolge a chi è fuori, ai vecchi membri del partito che sono stati estromessi nel 1966, quando gli attuali dirigenti, tutti militari, hanno fatto un colpo di stato che ha cacciato l’ala politica che condusse al potere il partito Baath nel 1963. In molti rispondono, fuori dalle mura del palazzo.

Il 13 novembre scattano le manette per i delegati che abbandonano la conferenza o che non accettano gli incarichi esteri. Jadid e Atassi sono i primi a venir arrestati: finiranno i loro giorni nella prigione del Mezze. Il secondo, Atassi, verrà rilasciato solo il 22 novembre del 1992 per volare a Parigi e ricevere degli inutili trattamenti medici: morirà appena dieci giorni dopo.

Quegli avvenimenti, concitati, non sono mai stati chiamati “colpo di stato”, nella storiografia dei volumi di scuola in Siria. Bensì “rivoluzione di novembre” guidata – secondo quanto scelto da Assad – dal “movimento correttivo” che aveva lo scopo di condurre il paese verso “una rivincita contro Israele” e di applicare “il nazionalismo e il socialismo nella maniera corretta”.

Il primo scoglio fu il confessionalismo, cioè il fatto che il paese fosse un mosaico di sette e religioni differenti. La costituzione siriana poneva come limite alle minoranze il fatto che il presidente della repubblica dovesse essere un sunnita: Assad era alawita.

Nei giorni successivi al colpo di stato, il nuovo uomo forte cominciò a cementificare i proficui contatti con l’élite sunnita del paese distribuendo cariche politiche e militari. Ma ai posti chiave dei servizi segreti – costruiti grazie alla consulenza di un ex nazista riparato nel paese, Alois Brunner – mise uomini appartenenti alla setta degli alawiti e, in misura ridotta, alle altre confessioni minoritarie presenti nel paese. Così facendo, guardando da vicino il governo, pareva che il potere politico e formale appartenesse ancora alla maggioranza sunnita mentre quello reale era saldamente nelle mani di Assad e di una cerchia ristretta di uomini che avrebbero formato una cupola di comando.

Il paese, così conciato, rispose anni dopo con sommosse che finirono represse nel sangue, fra il 1979 e il 1982. I fatti tragici di Hama del 1982, quando la città venne bombardata dall’esercito per cancellare ogni resistenza, ne sono il tragico simbolo. Così come le carceri, di Palmira in primis, che diventarono le tombe dell’opposizione siriana.

A questo proposito, esiste una vasta documentazione che fa parte di quella corrente chiamata “letteratura delle carceri”. La Conchiglia – ed. Castelvecchi, tradotto da Federica Pistono –, dello scrittore ed ex detenuto Mustafa Khalifa, sono la più onesta e valida testimonianza di cosa è stato il regime di terrore di Assad padre. Nel giugno del 2000, quando muore, un coro di benedizioni e di grazie al signore si è sicuramente innalzato dalle carceri e dalle case della numerosissima diaspora di siriani in esilio nel mondo.

“Era l’inizio di una nuova epoca?” si chiesero in molti. Quando Bashar al Assad, figlio del defunto Hafez, prese il potere in eredità, sembrò di sì. Il motivo – stupido – era che pareva essere lontano dai circoli di potere e che aveva studiato sei mesi a Londra. La moglie, Asmae, anni dopo su tutte le riviste patinate della moda per il suo stile, era cresciuta in Inghilterra. Sull’onda di questo ottimismo, fra il 2000 e il 2001 nacque e morì la “Primavera di Damasco” in cui intellettuali e dissidenti appartenenti a tutte le confessioni del paese chiesero al nuovo presidente (dittatore) aperture. Finirono tutti in carcere. Chi uscì, nel 2005, diede vita alla “dichiarazione di Damasco”, ennesimo tentativo di richiesta di aperture che si concluse nel nulla, con l’aggiunta di una ennesima tornata di arresti.

Nel frattempo le disparità economiche crescevano. Il risentimento anche. E nel 2011 scoppiò una primavera siriana diventata tremenda guerra. Oggi il regime siriano, capeggiato sempre da Bashar al Assad, ha indetto una conferenza con cui vorrebbe che i rifugiati all’estero tornassero nel paese, ovviamente per dare una parvenza di normalità. Ma chi vuole tornare a vivere sotto un regime che da 50 anni, da un lontano 13 novembre, controlla le nostre vite?

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