E’ morto l’uomo giusto che stava nel posto giusto. Con la perdita di Saeb Erekat – per Covid – i palestinesi non lamentano solo la scomparsa di un uomo giusto, serio, determinato. Lascia un vuoto difficilmente colmabile, per competenza, capacità e leadership. Non si intravvedono nelle fila palestinesi uomini del suo stampo. Saeb era la memoria storica del negoziato di pace, quello dei “due popoli per due Stati”, quella visione ormai appannata che quasi trent’anni fa indicò al mondo che una strada per la convivenza era percorribile in Terrasanta.

Saeb era nato negoziatore. Se ne accorse Haider Abdel Shafi, capo della delegazione palestinese alla Conferenza di Madrid nel 1991, che lo volle allora come vice. E poi Oslo nel 1993, Washington nel 1994, era seduto tra Arafat e Clinton a Camp David nel 2000, quando si fu davvero a un passo dalla pace con Israele. Saeb con il suo fluente inglese – era entrato a 17 anni alla San Francisco State University in California, poi la laurea, il master e un dottorato di ricerca in Inghilterra – ha portato la voce dei palestinesi al tavolo di molti presidenti Usa, da Clinton a Bush, Obama e perfino Donald Trump. Non sempre ascoltato, ma questo lo sapeva bene. Godeva del rispetto dei suoi avversari, come testimoniano i messaggi di cordoglio da tutto il. mondo.

Saeb non ha mai perso la fiducia nella trattativa come l’unica soluzione del conflitto israelo-palestinese. Nemmeno i momenti più bui, come il riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale di Israele, avevano intaccato le sue convinzioni. Sapeva che la sua corsa era a ostacoli. “Sono il negoziatore più svantaggiato della storia dell’uomo”, disse una sera del 2007 – l’anno che Hamas si impadronì di Gaza – “non ho un esercito, non ho una marina né un’economia e i miei compatrioti sono frammentati e divisi”.

Amava la cucina italiana – aveva scoperto i “tagliolini cacio e pepe” durante una visita di Arafat a Roma – e una sera sulla terrazza della casa che allora abitavo a Gerusalemme Est mi indicò un punto di luce in lontananza, su una collinetta, appena oltre il Muro di separazione che invece era ben visibile a breve distanza. ”Sono nato laggiù”, disse con semplicità, “ad Abu Dis, che allora era un quartiere di Gerusalemme, ero il sesto di sette figli”. Poi l’adolescenza in Giordania dove la famiglia era sfollata dopo la guerra dei “Sei Giorni”, l’arrivo giovanissimo negli Stati Uniti. Raccontò quella sera anche le sue solenni litigate sia con Yasser Arafat – prima – che con Abu Mazen dopo. E le quattro lettere di dimissioni – sempre respinte – mandate negli anni ai due presidenti palestinesi perché in disaccordo con loro.

Aborriva la violenza e detestava le armi, nemmeno i suoi due bodyguard erano armati, in un posto come la Cisgiordania dove anche i sindaci arabi hanno la scorta armata. Due anni fa nel corso di lotte di potere dentro l’Anp il presidente Abu Mazen cacciò Yasser Abed Rabbo dalla sua posizione di segretario generale dell’Olp e nominò Erekat al suo posto, un incarico che non desiderava ma che ha mantenuto fino all’ultimo con impegno.

Soffriva di fibrosi polmonare e nel 2017 negli Stati Uniti era stato sottoposto a un trapianto di polmone ma si era ripreso pienamente, viaggiava, teneva conferenze, partecipava a meeting. Dall’inizio della pandemia non aveva però più lasciato la Cisgiordania, dividendosi tra Ramallah e Gerico, dove viveva con la moglie e i figli. Sapendo di essere – come tutti i trapiantati – un immunodepresso, aveva mantenuto la “guardia alta” ma era risultato positivo all’inizio di ottobre, dopo qualche giorno il ricovero nell’ospedale israeliano Ein Kerem Hadassah a Gerusalemme (cosa che ha provocato anche qualche polemica in Israele), poi l’aggravamento, la sedazione, la morte.

Saeb sapeva benissimo che le prospettive di una pace duratura tra israeliani e palestinesi appaiono ormai un sogno lontano. Non bisogna farsi illusioni, come non se le faceva nemmeno lui. Ma non ha mai abbandonato la fiducia in una pace possibile in Palestina. Difficile non condividere la stessa speranza.

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