Donald Trump si è comportato da cialtrone, diventato presidente degli Usa con il voto determinante degli operai, che non sono cialtroni. Così come Umberto Bossi, processato e prescritto per i 49 milioni rubati dalla Lega, è riuscito ad attirare verso la Lega i voti degli operai che, un tempo, votavano a sinistra. C’è qualcosa che la sinistra italiana e i democratici Usa non hanno capito, e che ha lasciato spazio ai populisti, diventati la speranza dei più deboli, dei non garantiti.

Quando il tuo punto di riferimento ti volta le spalle, ti rivolgi altrove. Trump ha proposto agli operai una ricetta semplice che, purtroppo, i liberal non hanno proposto. Le industrie americane chiudono gli impianti di produzione e li spostano in paesi dove la manodopera costa meno, e ci sono norme più permissive in termini di ambiente, sicurezza e molto altro. Direzione, proprietà e progettazione restano in Usa, la produzione se ne va. Oppure gli immigrati vengono assunti al posto dei “nativi”: costano meno, non sono sindacalizzati, li puoi ricattare. Gli operai sono tanti, e votano. Hillary Clinton è più vicina ai manager e ai tecnici di alto livello, non ha proposte per gli operai. Trump sì. Promette di alzare le tasse a chi porta la produzione all’estero, vanificando i vantaggi della delocalizzazioni. E muove guerra agli immigrati. La ricetta è allettante, e in alcuni casi ha persino funzionato. Ma non abbastanza. E il consenso guadagnato se n’è andato.

La delocalizzazione è una piaga anche da noi. In più abbiamo privatizzato le industrie di Stato e, una volta privatizzate, sono partiti i licenziamenti. La sinistra è stata molto attiva nelle privatizzazioni. Ora ci rendiamo conto che gli asset strategici devono essere pubblici, solo che devono essere gestiti in altro modo. Creare posti di lavoro fasulli (con industrie di stato sovradimensionate in quanto a personale) per risolvere il problema della disoccupazione costa di più che dare direttamente un reddito di cittadinanza. Inoltre, assumere più personale del necessario rende tutto più macchinoso, come avviene per la nostra elefantiaca burocrazia che, per funzionare, ha bisogno di sempre più personale. Fino al fallimento.

Poi ci sono le promesse, mai mantenute, di risolvere il problema dell’evasione fiscale. Questo soprattutto da noi. Chissà come fanno i paesi che riescono a far pagare le tasse a tutti? Forse l’elettorato di riferimento costituito dai parassiti è talmente grande da far vincere le elezioni a chi lo garantisce. E poi c’è la malavita organizzata che condiziona la politica. Un megaparassita che succhia le risorse pubbliche e private.

Mi direte, ma che ne sa di queste cose uno che studia l’ambiente? Gli ecosistemi funzionano con i produttori primari (le piante) che producono gran parte della massa vivente: sono gli operai e i contadini. Poi ci sono gli erbivori, che mangiano parte di quella produzione. E poi i carnivori, che mangiano gli erbivori. I decompositori chiudono il cerchio e riciclano i rifiuti, foraggiando i produttori primari. Non ci possono essere troppi carnivori. In più ci sono i parassiti, che consumano tutti i livelli di produzione, dai produttori primari ai consumatori apicali.

Se i produttori primari diminuiscono troppo, il sistema crolla. Non ci possono essere più predatori che prede e più parassiti che ospiti!

La nostra economia, alla fine, funziona come l’economia della natura (il nome con cui Darwin chiamava l’ecologia). E se le leggi inventate dagli economisti vanno contro le leggi naturali, chi pensate che vincerà alla fine? Gli economisti o la natura?

Se gli occupati perdono il lavoro, se i giovani sono sfruttati tanto quanto gli immigrati, se le cose sono prodotte all’estero, chi compra quel che viene prodotto riducendo al minimo le spese, per massimizzare i guadagni? La domanda non regge. E si afferma chi vende merci scadenti e a buon mercato: le uniche che si possono permettere i sottopagati.

Qualcuno sogna comunità economiche fatte di predatori e parassiti, e pensa di poter usufruire delle produzioni di altri. Guadagnandoci sopra. Un sistema ambientale, e anche economico, disegnato in questo modo è destinato a crollare. Noi lo abbiamo realizzato. De-industrializzazione, disoccupazione e sotto-occupazione, accompagnate da impoverimento e corruzione, sono il nostro marchio di fabbrica.

I populisti cavalcano questo disagio ma non hanno soluzioni valide da proporre, né in Usa né qui. Non è il momento di politiche di opposizione, ci vuole una nuova cultura di governo. La sinistra al governo ha adottato misure di destra (vedi le privatizzazioni), la destra sostiene i predatori e fa finta di garantire i produttori primari. Pare che la crasi tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico sia quanto di più vicino a questa evoluzione di cultura di governo ci offra il mercato politico. La crisi del Covid potrebbe essere lo scossone per cambiare davvero ed entrare in un’altra orbita che riveda le visioni politiche ed economiche del passato. In un’ottica di sostenibilità, ovviamente, dove l’economia avrebbe molto da imparare dall’ecologia.

Gli ecologi, dal canto loro, devono smettere di dire solo no, e devono darsi da fare per proporre soluzioni, assieme ai tecnologi e ai politici che hanno capito.

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