“Spostare la capitale e la sede del Parlamento dell’Artsakh a Şuşa è una chiara provocazione nei nostri confronti, un insulto. Se pensano che ce ne staremo buoni qui ad osservare si sbagliano”. Era il 21 settembre scorso e il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, ultimo della dinastia di famiglia a guidare l’ex repubblica sovietica, rilasciava una dichiarazione in risposta all’annuncio fatto dai vertici dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh. Sei giorni più tardi i primi missili iniziavano a cadere sui villaggi del Nagorno-Karabakh, geopoliticamente territorio azero, ma da oltre un secolo abitato da armeni. Era l’alba del 27 settembre e iniziava la fase più acuta del conflitto tra i due eserciti del Caucaso meridionale dal 1994, quando fu firmata la fine delle ostilità. Oggi, dopo settimane di intensi combattimenti, le autorità di Baku hanno ufficialmente annunciato di aver conquistato Şuşa (in azero, Shushi in armeno).

Già ieri lungo le strade di Baku erano scattati i primi festeggiamenti, tra caroselli in strada e feste davanti ai palazzi della politica, per un risultato militare di enorme portata, capace di far prendere una piega ben definita al conflitto. A un mese e mezzo dall’inizio dei combattimenti, e oltre 5mila morti tra truppe e civili, l’Azerbaigian inizia a pregustare il sapore della vittoria, di una rivincita quasi, ma prima dovrà fornire delle spiegazioni, oltre a delle scuse ufficiali, alla Russia. Un elicottero russo Mi-24 è stato abbattuto da un sistema missilistico nei cieli dell’Armenia vicino al confine con l’Azerbaigian, provocando due morti e un ferito. In serata Baku ha ammesso di aver colpito per errore e abbattuto il velivolo scusandosi con Mosca e dicendosi pronta a pagare per l’errore commesso.

Resta il successo ottenuto sul campo con la presa di Shushi, una città simbolo per l’Azerbaigian, per la storia del Karabag che si perde nella notte dei tempi. Prima dell’invasione russa e soprattutto della decisione del Soviet di regalare questo spicchio di terra insanguinata agli armeni, nel 1920, il Nagorno-Karabakh era abitato da azeri. Il controllo sovietico ha anestetizzato le tensioni per quasi settant’anni e una volta crollato il regime l’Azerbaigian ha deciso di rialzare la voce e scatenare un altro conflitto costato la vita ad oltre 30mila tra soldati e civili.

Gli accordi del 1994 dopo la vittoria militare dell’Armenia, vidimati dal Gruppo di Minsk (una struttura dell’Osce composta prettamente da Francia, Russia e Stati Uniti) sembravano aver messo una pietra tombale sui rapporti di odio reciproco tra le due ex repubbliche sovietiche. Così non è stato e adesso, dopo la nascita dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh (di etnia armena) e dopo le scaramucce che hanno caratterizzato gli ultimi 26 anni, è arrivato il nuovo affondo di Baku. Probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la decisione presa dai nuovi vertici dell’Artsakh, il presidente Arayik Aratyunyan, vincitore delle ultime elezioni la scorsa primavera, e il premier da lui nominato Nikol Pashinyan: spostare la capitale e la sede del Parlamento dall’attuale capitale Step’anakert (Khankendi in azero) proprio a Shushi. L’annuncio, ritenuto da molti una boutade per innervosire i rivali, nel maggio scorso, invece era veritiero e a settembre è arrivata la conferma su un progetto concreto.

Step’anakert è una città di recente formazione, moderna e sostanzialmente senza alcun fascino: un gruppo di edifici inseriti in un meraviglioso scenario montuoso. A soli 15 chilometri, appollaiata in cima a un rilievo che la sovrasta, c’è proprio Shushi, bella, accogliente e ricca di testimonianze architettoniche oltre alle evidenti ferite rimaste dal conflitto dei primi anni ’90. Conquistare Shushi rappresenta oggi per le forze azere un doppio risultato, storico e strategico, e poco importa per gli uomini di Aliyev se per farlo sono state sacrificate migliaia di vite. Shushi è considerata una sorta di città sacra dalla leadership azera, alla pari di Agdam, la città morta inserita nell’area cuscinetto lungo la linea del fronte e praticamente disabitata. Oggi di Agdam restano soltanto gli scheletri delle case ormai coperte dalla fitta vegetazione.

Controllare Shushi, infine, ha un valore strategico-militare di assoluto rilievo per Baku che adesso potrà sferrare l’attacco decisivo. Step’anakert è davvero a pochi passi, dominata dall’alto proprio dalla città conquistata di recente dalle forze azere. Resta l’ansia per le migliaia di abitanti delle due città, la maggior parte dei quali sono scappati verso l’Armenia, mentre altri hanno indossato la divisa militare per combattere il nemico, fino al sacrificio finale.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: se credi nelle nostre battaglie, combatti con noi!

Sostenere ilfattoquotidiano.it vuol dire due cose: permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti, gratuito per tutti. Ma anche essere parte attiva di una comunità e fare la propria parte per portare avanti insieme le battaglie in cui crediamo con idee, testimonianze e partecipazione. Il tuo contributo è fondamentale. Sostieni ora

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

L’ultima resa dei conti di Trump: licenziato il capo del Pentagono Mark Esper. Al suo posto il direttore del centro Antiterrorismo Miller

next
Articolo Successivo

Nagorno-Karabakh, Armenia e Azerbaigian firmano cessate il fuoco. Esulta la Turchia, soldati russi nell’area per 5 anni. Esplode la rabbia a Yerevan

next