“Rilasciate gli attivisti e detenuti di coscienza reclusi in carcere. La priorità degli Stati Uniti nel rapporto con l’Egitto tornerà ad essere proprio la difesa dei diritti umani”. Sebbene si tratti di una sintesi, il contenuto della lettera scritta, firmata e inviata al presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi (foto) da 56 membri dei Democratici del Congresso degli Stati Uniti non fa troppi giri di parole. Basta arresti assurdi, campagne repressive senza precedenti e stop all’uso della carcerazione preventiva, lo strumento abusato dal regime del Cairo e di cui in tanti stanno pagando le conseguenze. La lettera contiene sostanza e soprattutto un annuncio: in caso di vittoria di Joe Biden alle prossime elezioni per la Casa Bianca le indicazioni sull’approccio in politica estera della prossima amministrazione saranno molto precise.

Nel testo inviato dai 56 firmatari – tra cui ci sono anche i due ex candidati dem alle presidenziali, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren – coordinati dal membro della Camera dei Rappresentanti Ro Khanna, il presidente al-Sisi ha trovato anche una lista di nomi di attivisti ingiustamente detenuti nelle sue prigioni, in particolare quella di Tora. Nella lista c’è anche Patrick Zaki. Lo studente di 28 anni, originario di Mansoura, fino all’inizio dello scorso febbraio stava serenamente seguendo un corso Erasmus all’Università di Bologna. Non immaginava che, rientrato in Egitto tra un ciclo e l’altro di studi per una breve visita ai suoi amati familiari, per lui iniziasse l’incubo della vita. Fermato all’aeroporto internazionale del Cairo il 7 febbraio scorso, da allora resta in regime di arresto preventivo, passato da una cella all’altra nel primo mese per poi essere stabilmente recluso nella sezione Scorpio II della prigione di Tora. Su di lui pendono le solite, fantasiose accuse emesse dalla procura, dalla pubblicazione di notizie false alla sovversione. Tutto per aver pubblicato alcuni post, una decina in tutto, sulla sua pagina Facebook in relazione alle manifestazioni di protesta scoppiate in Egitto il 20 settembre del 2019. In quei giorni Zaki si trovava in Italia, a Bologna, per studiare. Le autorità egiziane hanno aspettato il suo rientro in patria per strappargli la libertà. In cella da 242 giorni, Zaki rischia di fare la fine di altre centinaia di attivisti, in attesa di giudizio per mesi, anni, la carcerazione confermata da udienze-farsa (in questi mesi via web a causa del rischio contagio legato alla pandemia Covid) ogni 15 e poi ogni 45 giorni, senza poter ricevere visite e beni di prima sussistenza.

In un Paese civile, per alcuni post sui social, non si finisce in galera né tanto meno nella peggiore galera che si possa immaginare. Su questa base muove l’iniziativa dei Democratici a stelle e strisce che chiedono a gran voce la liberazione immediata di Zaki ma anche di Alaa Abdel Fattah, l’anima laica della Rivoluzione di piazza Tahrir nel gennaio del 2011, di sua sorella Sanaa Seif, reclusa nel carcere femminile di al-Qanater per aver chiesto giustizia dopo un’aggressione subita da lei, dalla sorella e dalla madre davanti alla prigione di Tora. L’elenco è lungo e contiene i nomi di Bahey el-Din Hassan, fondatore del Cairo Center for Human Rights Studies, l’ex parlamentare Ziad al-Alimi e il noto politico Khaled Daoud, gli avvocati dei diritti umani Mohamed al-Bakr, Mahinour al-Masri, il professore universitario Hazem Hosni, i giornalisti Solafa Magdy, Mustafa al-Qatib, l’attivista copto Rami Kamal e tanti altri.

Al-Sisi non potrà non tenere conto delle parole e delle frasi contenute nella lettera, di cui alcuni passaggi sono stati pubblicati ieri dal Washington Post: “Le violazioni dei diritti umani non saranno tollerate se Joe Biden vincerà la presidenza il mese prossimo. Ciò significa che il nostro rapporto con l’Egitto sarà riesaminato dal punto di vista dei diritti umani a cui verrà ridata assoluta priorità. L’impulso ci è arrivato dopo la campagna contro gli attivisti democratici degli ultimi mesi”.

Un altro input che ha condotto alla stesura della lettera al presidente egiziano è arrivato dalla notizia della morte di Shady Habash, il giovane regista morto a inizio maggio all’interno della prigione di Tora in circostanze mai del tutto chiarite. Con questa forza d’urto in arrivo dagli Stati Uniti, al presidente al-Sisi non resta che sperare in un ribaltone dell’ultima ora, almeno stando ai sondaggi, e la conferma di Donald Trump alla Casa Bianca.

A proposito di carcerazioni ‘eccellenti’, domenica è stato liberato Shady Abou Zeid, blogger e autore, arrestato nel 2018. Tra le varie accuse che pendevano su di lui quella di aver pubblicato un video in cui assieme ad un noto attore fingevano di celebrare la Giornata della Rivoluzione, il 25 gennaio, offrendo ad agenti di polizia dei palloncini, in realtà dei preservativi gonfiati. In pochi giorni quel video satirico aveva fatto più di un milione di visualizzazioni e questo gli ha aperto le porte del carcere.

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