Un podio per il futuro. Sembra paradossale ma è così. Vincenzo e Domenico hanno ormai 36 e 38 anni, nella top ten del Giro sono praticamente gli unici figli degli anni 80 che competono con i ragazzi terribili degli anni 90 (Rafal Majka, sesto, è nato a settembre del 1989). Vincenzo Nibali e Domenico Pozzovivo sono anche gli unici italiani che possono provare a rendere più italiano questo Giro d’Italia che ci ha fatto godere, anche tanto, con i successi multipli di Ganna e Ulissi ma che sembra averci sbattuto la porta in faccia a livello di successo finale.

A Piancavallo i nostri cavalli di razza sono andati piano, troppo piano per ambire alla maglia rosa, piano anche per il podio al momento. Vincenzo Nibali è settimo a 3’29’’ dal portoghese João Almeida. Se l’attuale leader della classifica potrebbe patire la terza settimana – è un esordiente assoluto in un grande Giro – l’olandese Wilco Kelderman ha età, condizione fisica ed esperienza per poter proseguire bene come sta facendo, è secondo a 15’’ dal primato. Il terzo gradino del podio è occupato dall’australiano Jai Hindley e, a conti fatti, Nibali dovrebbe scalare “soli” 33 secondi per accomodarsi sul podio, luogo che ha frequentato quasi sempre in carriera.

Il discorso fatto per “lo Squalo” vale anche per Domenico Pozzovivo, che pareva anche più in palla del siciliano fino alla crono di Valdobbiadene e che adesso invece è indietro, ottavo, a 3’ 50’’ dal primo posto, quasi un minuto dal podio che sarebbe quasi un premio alla carriera e un risarcimento per la sfortuna che lo ha accompagnato nell’ultimo periodo.

Obiettivi e storie personali diverse per questi due campioni che portano un peso unico sulle spalle, quello di rappresentare un movimento che, a prescindere dall’esito finale della Corsa Rosa dovrà guardare oltre e chiedersi chi sarà il nostro alfiere per le grandi corse a tappe? All’orizzonte non si distingue chiaramente nessuno. Potremmo dire Fausto Masnada, attualmente decimo nonostante sia stato al servizio di Almeida oppure Matteo Fabbro ma la prospettiva si allunga almeno a un paio d’anni. Tornare a sperare in Fabio Aru è sentimento umanamente condiviso che ogni volta fa a pugni con la dura realtà. Una trasformazione di Ganna da cronoman fenomenale a corridore da grandi giri da la dimensione dello smarrimento, innanzitutto dei tifosi, che hanno voglia di esaltarsi ancora e seguire un racconto di tre settimane con la speranza del lieto fine.

Al Giro non avviene dal 2016, ce lo regalò Nibali, e ancora prima nel 2013, sempre Nibali.

Il siciliano è stato (secondo me è ancora) un faro a cui tutti hanno guardato, per la capacità di lottare anche quando non era il più forte, per la capacità di inventare e di sorprendere. Queste caratteristiche mi permettono di andare contro la ragione e l’evidenza dei fatti, queste qualità mi fanno sperare ancora una volta, in una terza settimana da dedicare all’inseguimento del terzo gradino podio, impresa possibile ma pur sempre impresa, e se dovesse arrivare qualcosa di più sarà ossigeno per il nostro movimento.

Vincenzo e Domenico lotteranno di certo, magari insieme visto che hanno interessi comuni e relativamente poco da perdere (un piazzamento fuori dai primi 5 non cambia la vita a nessuno dei due). L’esperienza che hanno, enorme rispetto agli avversari, è sempre utile nell’ultima settimana, acquisisce un peso rilevante se spesa al momento giusto. Quale sarà quel momento non è facile da pronosticare, ma ci deve essere, ci sarà e noi saremo pronti ad applaudire anche se le gambe cederanno e gli avversari voleranno via verso la maglia rosa.

Nell’anno più incerto per l’umanità, non solo per lo sport e il ciclismo, voglio incertezza fino alla cronometro di Milano, voglio uno spettacolo dove gli italiani non siano solo spettatori ma protagonisti. Vincenzo e Domenico, andate a caccia di quel podio che potrà diventare esempio e trampolino per i vostri eredi che oggi vi guardano. Per la nostra corsa, per il nostro orgoglio!

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