Piangono e fremono di rabbia, rivendicano l’orgoglio della Francia dei “lumi” contro l’oscurantismo integralista. Per tutti il grido è #jesuiprof. Sono insegnanti, ragazzi, signore con il distintivo di Charlie Hebdo tutti riuniti in place de la République, per ricordare Samuel Paty, l’insegnante al quale, a due passi dalla Parigi del 2020, hanno tagliato la testa perché voleva insegnare la libertà d’espressione ai suoi allievi e aveva mostrato in classe le caricature di Maometto.

“Je suis Samuel” è la scritta che compare su striscioni e cartelli nella stessa piazza in cui si pianse e si accesero migliaia di candele per le stragi nella redazione di Charlie Hebdo e per quella terribile e indimenticabile del Bataclan, si torna a versare lacrime e a promettersi l’un l’altro che la Francia non si arrenderà.

Per molti dei presenti, le emozioni sono incontrollabili. Si grida, si piange, si canta. Ci sono – nella piazza – tutti i 6 anni più difficili della storia recente di questo Paese, cominciati proprio con il terrorismo islamista, passati attraverso le violenze settimanali dei gilet gialli, gli scioperi che hanno messo in ginocchio il Paese, quindi la pandemia e di nuovo il sangue versato dai terroristi. Migliaia i cartelli e gli striscioni, “Je suis prof”, “No al totalitarismo del pensiero”, “Libertà d’espressione, libertà di insegnare”.

Altri canti e proteste echeggiano nel paese, da Lille a Lione, da Nizza a Bordeaux e in decine di altre città. Arrivano le autorità, il primo ministro Jean Castex, la sindaca Anne Hidalgo, ma si mescolano alla folla, evitano quasi di farsi notare troppo. “Non ci fate paura. Noi non abbiamo paura. Non ci dividerete mai. Noi siamo la Francia!” ha twittato orgoglioso il premier che viene dalla Francia profonda.

Continua intanto l’inchiesta e le persone fermate fino ad oggi salgono a 11. Ci sono i genitori del ceceno Abdoullak, che a 18 anni si era messo in luce per essere un piccolo delinquente e – secondo i vicini – essere “immerso nella religione”. Come – a suo dire – lo sarebbe Abdelhakim Sefrioui, l’islamista radicale dal quale il padre dell’allieva “indignato” per la lezione sulla libertà d’espressione, andò a chiedere il licenziamento del prof alla preside. È finito in stato di fermo anche lui, che alla direttrice dell’istituto si era presentato come membro di un fantomatico “consiglio degli imam di Francia“. E che in realtà è fondatore del collettivo Cheikh Yassin (fondatore di Hamas, ucciso dall’esercito israeliano nel 2004). Era parte del terribile cerchio dell’integralismo che si stava stringendo attorno al professor Samuel Paty nei giorni dopo la sua lezione sulla libertà d’espressione.

Anche a lui pensava oggi il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, annunciando di aver dato disposizione ai prefetti di espellere il più rapidamente possibile dalla Francia 231 stranieri irregolari sospetti di radicalizzazione.

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