Con 36 condanne e 10 assoluzioni, si è concluso l’appello del processo Sansone per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato. La sentenza è stata emessa pomeriggio dalla corte di Reggio Calabria, presieduta dalla giudice Olga Tarzia, che ha accolto gran parte delle richieste formulate dalla Procura generale ma ha applicato forti riduzioni di pena rispetto al processo di primo grado quando il giudice per l’udienza preliminare Filippo Aragona aveva inflitto oltre 500 anni di carcere assolvendo un solo imputato.

La pena più pesante, 30 anni, è stata data al boss Pasquale Bertuca. Nel 2018 era stato condannato a 20 anni. Nei suoi confronti la Corte d’Appello ha considerato la continuazione con precedenti condanne rimediate dal capocosca di Villa San Giovanni in altri processi. Sono stati giudicati colpevoli pure i suoi fratelli Vincenzo e Felicia Bertuca. Il primo è stato condannato a 18 anni di carcere mentre la sorella a 14 anni e 8 mesi. Pur con una pena ridotta, l’impianto accusatorio è stato confermato anche per il boss Domenico Condello detto “Micu u pacciu” (14 anni), Santo Buda (14 anni e 8 mesi), Alfio Liotta (16 anni), Vincenzo Sottilaro (16 anni), Andrea Carmelo Vazzana (16 anni) e Domenico Zito (14 anni).

Il processo “Sansone” è nato da un’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria e condotta dai carabinieri del Ros sulla cattura del boss Domenico Condello detto “Micu u pacciu”. Nel luglio 2016, l’operazione antimafia aveva colpito in particolare le cosche Condello di Archi e Bertuca di Villa San Giovanni finite al centro di uno dei filoni scaturiti dalla maxi-operazione “Meta” che, nel 2010, aveva svelato gli intrecci tra la ‘ndrangheta e gli imprenditori asserviti ai boss. In tutto erano 46 gli imputati del processo che rispondevano, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, detenzione illegale di munizioni ed armi comuni da sparo e da guerra rese clandestine, procurata inosservanza di pena e favoreggiamento personale, minaccia e danneggiamento seguito da incendio, tutti aggravati dalla finalità di agevolare la ‘ndrangheta.

Nell’inchiesta “Sansone” erano emersi gli interessi dei boss per le trivelle che servivano per le opere propedeutiche alla realizzazione del ponte sullo Stretto. “Sono venuti quelli delle trivelle…mi ha detto…diglielo che sono scesi”. È una delle intercettazioni registrate all’interno del carcere di Palmi nel 2011. A parlare, nella sala colloqui, era il boss Pasquale Bertuca con il contabile della cosca, suo nipote Vincenzo Sottilaro che, oltre curare la gestione dei fondi della cassa comune, assieme alla madre Felicia Bertuca era il tramite tra il capocosca e gli altri affiliati. Dalla sua cella, il boss riusciva a inviare i suoi emissari per convincere gli imprenditori a “fare il regalino allo zio”. “Devo pagare l’avvocato” faceva sapere lo “zio” attraverso i familiari che lo andavano a trovare. Chi non pagava il pizzo riceveva un ordigno. Oltre a dimostrare la capacità del boss Pasquale Bertuca e della sua cosca di infiltrarsi nell’amministrazione comunale di Villa San Giovanni, l’inchiesta da cui è nato il processo ha aperto uno squarcio sulle tensioni interne alla ‘ndrangheta dopo la cattura di Domenico Condello avvenuta a Salice, nella periferia nord di Reggio Calabria nell’ottobre 2012 dopo oltre vent’anni di latitanza.

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