Il 29 settembre è stato il giorno delle Nazioni Unite contro lo spreco alimentare. I dati sono impressionanti. Secondo l’Ipcc, circa il 30% del cibo prodotto viene gettato ancor prima di finire in tavola. Ogni anno 1,6 miliardi di tonnellate di cibo, per un valore stimato di circa 1200 miliardi di dollari, sono persi. Uno spreco che equivale a 4,4 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Per coltivare gli ortaggi e la frutta che poi andranno al macero, ogni anno si usano oltre 73 milioni di metri cubi di acqua (per non parlare dei pesticidi)! Solo in Italia arriviamo a gettare nella spazzatura oltre 13mila quintali di pane fresco al giorno (Assipan, 2016).

In realtà lo spreco è ancora maggiore, considerando oltre al cibo gettato anche la sovralimentazione umana: il numero di persone obese nel mondo è raddoppiato a partire dal 1980: nel 2014 oltre 1,9 miliardi di adulti erano in sovrappeso, tra cui oltre 600 milioni obesi. Senza parlare del cibo destinato agli allevamenti (calorie sprecate, in quanto gli animali trasformano le calorie in modo “inefficiente”). Se consideriamo anche questi dati, lo spreco raggiunge quindi almeno il 44% delle calorie prodotte, il che vuol dire che, già ora, al 2020, potremmo nutrire quasi il doppio della popolazione mondiale attuale senza sprechi. Eppure, nel mondo ci sono ancora 821 milioni di persone denutrite.

Per arginare lo spreco di cibo, sono state fatte delle leggi: il cibo non ancora scaduto e non ancora venduto della Gdo, può essere donato in beneficenza, (e la legge 166/2016, contro lo spreco alimentare incentiva questo meccanismo con premialità e incentivi) ma questa beneficenza intacca poco il sistema malato della grande distribuzione, dove lo spreco è a monte, non solo a valle.

Come spiego nel mio nuovissimo libro Questione di Futuro-Guida per famiglie eco-logiche, San Paolo Edizioni, le filiere corte, biologiche e locali riducono gli sprechi alimentare in tutte le fasi precedenti al consumo finale: l’agroecologia di piccola scala riduce lo spreco a 1/3 rispetto a quello del sistema alimentare industriale. Il produttore non scarta niente del suo raccolto, ed i consumatori in genere sono educati al principio “brutto ma buono”, perfino insospettiti da una mela troppo grande o da una pera troppo perfetta. Le rimanenze o gli scarti possono essere venduti a basso prezzo per fare marmellata. Gli agricoltori riescono ad avere un prezzo giusto e il consumatore, evitando intermediari, ed evitando lo spreco di cibo, ala fine dei giochi risparmia molto.

Oltre alla filiera corta, per evitare spreco di cibo, è importante però un altro elemento, oramai raro: il tempo. Secondo la ricerca condotta da Distal Università di Bologna su dati raccolti da Msi-Aci Europe Bv nell’ambito della campagna Sprecozero, il 51,6% degli italiani ha sprecato meno cibo durante la quarantena rispetto al periodo precedente. La quarantena, nonostante tutti i lati negativi ha avuto un impatto positivo su cui dobbiamo riflettere: ha improvvisamente ridato il tempo alle famiglie per stare insieme, cucinare, auto-produrre. Con più tempo a disposizione, senza l’assillo del timbro del cartellino, senza la necessità di correre dal lavoro all’asilo al supermercato come palline da biliardo impazzite, si è sprecato meno cibo (e meno CO2).

Il 47,2% dei consumatori ha usato più spesso la lista della spesa, mentre il 58,6% ha cucinato di più. Con più tempo a disposizione le persone sono riuscite a gestire meglio gli avanzi, riciclandoli magari in deliziose ricette per il giorno dopo. E così, il 44,9% ha sprecato meno avanzi. La disponibilità di tempo, secondo la ricerca, è stato un elemento significativo, per cucinare in modo accurato, pianificare i pasti e organizzare meglio le scorte. Dare più tempo libero alla gente, è fondamentale non solo per la salute mentale e fisica, ma anche per il bene del pianeta. Rallentando, si assume meno l’atteggiamento di un predatore stressato e compulsivo. Si ascolta, si assapora, si rispetta.

Senza invocare (per carità) un nuovo lockdown, forse dobbiamo ripensare ad una “decrescita felice”, di consumi e di ore di lavoro: riduzione dell’orario di lavoro, più filiera corta, meno cibi ultra processati, più saper fare, più auto-produzione, e più tempo di vita, per stare insieme. Ma se di riduzione dell’orario di lavoro si sta parlando in Europa da noi siamo ancora incatenati ai diktat della Confindustra, del produttivismo-consumismo ad ogni costo. Eppure ci resta poco tempo, ci restano poche speranze. A differenza di quello che spesso mi dice la gente, non è questione di scelte, di gusti, di preferenze. E’ questione di futuro.

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