Ricorrono oggi i dieci anni dalla pubblicazione del Rapporto Mapping, una ricerca di esperti Onu che documentava 617 “crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimini di genocidio” fra il 1993 e il 2003, citando i gruppi armati responsabili e registrando l’identità dei presunti autori “in una banca dati confidenziale”. Il rapporto raccomandava la creazione di una Commissione verità e riconciliazione e di un Tribunale misto internazionale. Mai avviati. E proprio per averne chiesto a gran voce l’attuazione, ha ricevuto pesanti minacce di morte ed è finito sotto scorta il ginecologo Denis Mukwege, insignito nel 2018 del Nobel per la pace per aver curato le donne vittime di stupro di guerra, ma anche per aver denunciato cause e responsabili della guerra. La creazione di un Tribunale penale internazionale ad hoc resta inderogabile per la pacificazione della regione e per mettere fine all’impunità che perpetua i crimini contro i civili. Come documenta la testimonianza di una delle migliaia di vittime delle violenze, ricevuta in esclusiva da ilfattoquotidiano.it.

La chiameremo Solange: vive nel Sud Kivu, la stessa provincia di Mukwege. Il suo è un racconto dell’orrore, che ci costringe a tagli e omissis per l’estrema crudezza dei ricordi. Ha deciso di parlare ora per unirsi a quanti chiedono che il Rapporto Mapping venga applicato e a nome di tutte le donne domanda che la verità della loro sofferenza venga riconosciuta.

Solange, quali sono i suoi ricordi?
Parlo della mia sofferenza e di quella delle mamme che hanno patito tantissimo durante entrambe le guerre, quella del 1996 e soprattutto quella iniziata nel 1998, fino ad oggi. Nel 1996, eravamo al nostro villaggio in Urega, ignare della guerra. Prima sono arrivati burundesi e tanzaniani. Bruciavano le case e se ne andavano. A quarantacinque chilometri da loro, venivano avanti i “Songa mbele”. Anche loro bruciavano i villaggi. Lasciavano sempre 45 chilometri dagli altri. Se i primi si fermavano cinque giorni, anche quelli dietro facevano lo stesso. Era una guerra programmata, soprattutto contro noi donne. Dicevano: ‘Com’è che un bambino si trova nel ventre di una donna?’, e le sventravano. Hanno ucciso le donne in ogni modo, senza pallottole: penetravano con la lancia e altri oggetti appuntiti negli apparati genitali. Le donne morivano lentamente, una settimana, un mese dopo. Nel 1997, hanno ucciso mio marito e anche il capo locale e uno studente. I militari attaccavano soprattutto i capi. Erano uccisioni senza precedenti. Siamo fuggiti nella foresta, correndo senza mangiare anche per due giorni, e siamo rimasti là per sei mesi. Se mostravi che un ragazzo era tuo figlio o lui mostrava che eri sua madre, vi obbligavano ad avere rapporti.

E cos’è successo dopo?
Nel ‘98 è arrivato il movimento RCD (Rassemblement congolais pour le démocratie) e la guerra è diventata ancora peggiore. In quel tempo a Kasika sono stati uccisi padre Stany Wabulakombe, il diacono, tre suore, il Mwami (il re locale) e sua moglie incinta, sventrandola, e tantissima gente attorno alla parrocchia.

Si tratta della strage di recente negata dall’ambasciatore rwandese in Congo, contro cui il popolo sta manifestando da settimane, chiedendone la rimozione.
Esatto. Noi c’eravamo. Sappiamo cos’è successo. Non lo si può negare. Scampati a un gruppo, un altro ci ha presi: nel 1999 siamo state portate in foresta con i nostri figli dagli Interahamwe – un misto di burundesi e rwandesi – e alcuni ci hanno prese come mogli. Facevano di noi quel che volevano. Mia figlia, che non aveva ancora dodici anni, l’hanno portata via con altre. Dicevano loro: “Vi diamo la medicina, non sarete colpite dalle pallottole”. Si mettevano in fila davanti a loro, con le gambe aperte. E passavano uno dopo l’altro.
Le nostre figlie sono fuggite, per grazia di Dio. Quasi tutte erano incinte e hanno messo al mondo dei figli, in un clima di discriminazione. Siamo arrivate a Bukavu gialle per la malattia e deperite, a piedi. Fra quante siamo fuggite, molte sono già morte, perché hanno nascosto gli abusi che avevano subìto in foresta, per la vergogna. Come poteva dire una mamma che cinque uomini avevano approfittato di lei per giorni o mesi?

Solo le donne venivano colpite?
No. Mio fratello maggiore ha nascosto per la vergogna il fatto che gli avevano tagliato il pene: non è riuscito a parlare. Mi aveva solo detto: “Ci hanno ferito”. Quando nel 2004 abbiamo cominciato gli incontri in parrocchia, una giovane ha accettato di parlare: “Mi hanno messo un bastone così e così”. “Per questo le tue mestruazioni non hanno termine?”. “Sì!”. Suo marito era stato ferito come mio fratello, lo hanno mandato all’ospedale a Bukavu, dove è morto due mesi dopo.

Cosa si aspetta ora?
Mi sono ammalata di cuore, non ho alcuna gioia in questo mondo. Finora, mia figlia non si sposa, per strada la insultano. Rimane in casa, intelligente ma ancora traumatizzata, con il figlio che cresce. Oggi vivo per grazia di Dio. Ho incubi continui. E se vedo un uomo tremo, penso che tutti gli uomini hanno lo stesso comportamento di quei soldati.

Cosa chiede?
La guerra non è terminata. A nome di tutte le mamme domando che la guerra finisca. Nessuno può dire che queste cose non sono successe, noi siamo testimoni. La verità è la verità. Non si può dimenticare. Perdonare, abbiamo già perdonato, abbiamo lasciato a Dio, ma desideriamo che la verità sia conosciuta. Coprire è lasciare che queste cose accadano ancora. Il mondo deve sapere.

(immagine d’archivio)

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