Per capire il senso di una partita è bene conoscere le regole del gioco.

Per esempio nel calcio solo a chi non conosce il fuorigioco appare incomprensibile il movimento dei difensori che – invece di inseguire l’attaccante – scattano in avanti come un sol uomo lasciando solo il goleador rivale davanti al portiere.

Funziona allo stesso modo in politica.

Per capire il gioco difensivo di Grillo, Di Maio e Crimi nella partita contro l’attaccante Di Battista bisogna conoscere le regole del Movimento 5 stelle. Così quelli che a prima vista sembrano gesti impacciati e tardivi della dirigenza M5s diventano invece tanti fili di una rete che sta imbrigliando lentamente Dibba e i suoi.

Per capire i discorsi di Vito Crimi – che venerdì ha proposto un ventaglio di strade con lo scopo di prendere quella più lunga per uscire dalla crisi di leadership a cinque stelle – è molto utile partire dallo Statuto della “Associazione denominata Movimento Cinque stelle”, approvato nel 2017.

L’articolo 4 prescrive: “Competono agli iscritti, mediante lo strumento di democrazia diretta e partecipata costituito dalla consultazione in Rete, le seguenti decisioni fondamentali per l’azione politica del MoVimento 5 Stelle: – elezione del Capo Politico”. Poi c’è l’articolo 7 lett b. Il capo politico “eletto mediante consultazione in Rete secondo le procedure approvate dal Comitato di Garanzia resta in carica per 5 anni”.

La terza regola è la lettera d del medesimo articolo 7: “Qualora la carica di Capo Politico si renda vacante, il membro più anziano del Comitato di Garanzia ne assume temporaneamente le veci. In tale ipotesi, il Comitato di Garanzia ovvero, in difetto, il Collegio dei Probiviri ovvero, in difetto, il Garante indice entro 30 giorni la consultazione in Rete per l’elezione del nuovo Capo Politico”.

Riassumendo: il capo politico del M5s è eletto con il voto online sulla piattaforma Rousseau e resta in carica cinque anni. Quando si dimette, come ha fatto Di Maio a gennaio, entro trenta giorni si dovrebbero indire le nuove consultazioni online.

Queste regole finora non sono state applicate per la successione a Luigi Di Maio. D’accordo con Grillo, il comitato di garanzia, composto da tre membri (Vito Crimi, Roberta Lombardi e Giancarlo Cancelleri) non ha indetto le elezioni per scegliere il successore entro il mese di febbraio 2020.

Quando Di Maio ha presentato le dimissioni, dopo i rovesci elettorali alle amministrative del gennaio 2020, il suo ruolo è stato preso in via temporanea da Vito Crimi, in qualità di membro più anziano dei tre garanti. Poi però le elezioni online per la scelta del nuovo capo sono slittate a dopo i cosiddetti “Stati generali” convocati da Di Maio – prima delle dimissioni – per marzo 2020.

A causa dell’emergenza Covid, esplosa a fine febbraio, gli Stati Generali del M5s sono spariti dai radar e si sono tenuti invece a giugno quelli che hanno celebrato il governo Conte a Villa Pamphilj.

Il Comitato dei garanti e il Garante supremo Beppe Grillo, ad aprile hanno dato legittimità a questa scelta con uno scambio di lettere che ‘interpretava’ lo Statuto adattandolo alla fase dell’emergenza Covid. L’articolo 7 dello Statuto che prevede la convocazione della votazione online entro 30 giorni è stato congelato dal virus. Vito Crimi con lettera ha chiesto a Grillo cosa fare con le elezioni del nuovo capo. E il Garante, forte del suo insindacabile potere di interpretare lo Statuto, ha stabilito che, in caso di emergenza come il Covid, i 30 giorni diventano un termine non perentorio ma ordinatorio. Cioè si può superare tranquillamente senza problemi.

Grillo però chiudeva l’eccezione emergenziale con questa clausola finale: “Reputo che entro la fine del 2020 dovrebbero verificarsi le condizioni perché le elezioni per il nuovo capo politico si svolgano regolarmente e ritengo pertanto che debbano essere indette entro tale data”.

Settembre volge al termine e sembra improbabile che entro l’anno si svolga una votazione sulla Piattaforma Rousseau per l’elezione del nuovo capo politico. Più probabile invece un lungo percorso di consultazione della base per poi ridefinire le regole al fine di favorire la scelta di un nuovo vertice – non individuale ma collegiale – a fine 2020 o addirittura nel 2021.

Perché il Movimento – dopo le ripetute sconfitte elettorali – non ha messo all’ordine del giorno l’elezione del suo nuovo leader, come previsto dallo Statuto varato tre anni fa?

Per rispondere a questa domanda è utile partire da un numero: 169.550. Tanti sono gli iscritti al Movimento che hanno diritto di voto oggi sulla piattaforma Rousseau. Nessuno può prevedere i possibili esiti delle elezioni online di un nuovo capo politico sul modello previsto dallo Statuto.

Prima delle primarie del Pd è possibile fare un sondaggio per pesare i consensi dei candidati. Anche prima del congresso per scegliere il segretario in un partito vecchia maniera non è difficile capire gli equilibri delle correnti e il peso specifico dei candidati.

Nessuno invece, a parte Davide Casaleggio, è in grado di capire chi siano e cosa pensino i quasi 170 mila che potrebbero votare decidendo non solo il capo politico ma anche il destino del M5s e indirettamente forse quello del governo Conte.

I precedenti non aiutano. L’elezione di Di Maio nel 2017 era scontata. I veri candidati rivali possibili (come Roberto Fico) evitarono il confronto e la seconda per preferenze risultò Elena Fattori. Ci furono solo 37mila votanti su 140mila iscritti e ben 30mila e 936 votarono Di Maio contro il misero bottino di 3mila e 596 voti di Elena Fattori.

Oggi l’esito non sarebbe affatto scontato.

Se ci fosse una corsa vera con Luigi Di Maio e altri possibili concorrenti come Paola Taverna, Stefano Buffagni o Dino Giarrusso, nessuno sarebbe sicuro di battere Di Battista.

Per la prima volta il M5s è contendibile e Beppe Grillo potrebbe perdere il controllo della sua creatura. Sempre che lo Statuto attuale fosse rispettato. Sempre che si votasse l’elezione di un solo capo politico mediante la Piattaforma Rousseau come previsto oggi dalle regole vigenti.

In questo quadro si inserisce il dibattito in vista degli Stati generali sulla nuova governance. Il cambiamento dello Statuto è in questo momento più attuale di quello sulle alleanze o sul destino del Recovery Fund.

In questo quadro si spiegano le uscite di Dibba e le bacchettate di Beppe Grillo contro l’ex pupillo a giugno. Quando, in tv a Lucia Annunziata Di Battista disse: “Chiedo il prima possibile un congresso, usiamo anche questa vecchia parola, o un’Assemblea costituente o gli Stati Generali del Movimento 5 Stelle per costruire un’agenda politica e vedremo chi vincerà”. E poi aggiunse: “Conte leader del M5s? Si iscriva al Movimento”, Grillo lo attaccò duramente con ironia beffarda: “Ci sono persone che hanno il senso del tempo come nel film Il giorno della marmotta”.

Alessandro Di Battista chiedeva – con poco garbo certo – di scegliere il nuovo leader applicando le regole interne vigenti del M5s. Per Grillo dimostrando di essere un eterno immaturo che non ha il senso del tempo come il protagonista del film del 1993 citato dal ‘Garante’.

In questo quadro regolatorio si comprende meglio anche l’ostilità crescente dei parlamentari del M5s verso Davide Casaleggio e la Piattaforma Rousseau. I 300 euro da versare ogni mese non sono l’unico tema della discordia. I parlamentari sono tagliati fuori dal circuito decisionale previsto dallo Statuto e si sentono ingabbiati dal triangolo Capo politico-Garante-Rousseau. Con il Garante Grillo ormai distratto, l’obiettivo comune a diverse anime del M5s in Parlamento è il ridimensionamento della figura del Capo politico e del voto su Rousseau per andare verso una gestione più partecipata e collegiale.

L’obiettivo condiviso da tutti, da Paola Taverna a Roberto Fico, da Luigi Di Maio a Beppe Grillo è quello di evitare di mettere a nudo le diverse anime del M5s in una competizione dagli esiti imprevedibili. Il Movimento non può permettersi una partita ‘Tutti contro Di Battista’. Anche perché non è detto affatto che alla fine della corrida, se l’arena restasse la Piattaforma Rosseau, resterebbe a terra il toro.

Nessuno può prevedere cosa voterebbero i quasi 170mila aventi diritto al voto sulla piattaforma Rosseau. Tutti sanno che Alessandro Di Battista potrebbe candidarsi e molti temono che vinca.

In questo contesto Paola Taverna dichiara: “Mi piace un M5s leaderless. Mi piace una governance pluralista”; Roberto Fico auspica: “un percorso o un’idea nuova di Movimento e una leadership collegiale è senza dubbio buono”. E anche parlamentari eterodossi come Giulia Grillo confermano il desiderio di una guida collegiale, ora come ai tempi del leader unico Di Maio.

La questione della governance è dunque connessa a quella della linea politica.

Alessandro Di Battista ha una linea diversa da quella di Beppe Grillo. Non vuole sentir parlare di alleanze con il Pd e si muove in uno schema tripolare dove il M5s è equidistante da destre e sinistre. L’ex parlamentare dichiara di volere sostenere Giuseppe Conte e il suo governo ma nei fatti lo indebolisce auspicando un distanziamento sociale dal Pd, partito del quale diffida dai tempi in cui combatteva duramente contro Letta, Renzi e Gentiloni all’opposizione in parlamento come Lega e Fratelli d’Italia.

Di Battista inoltre ha una linea lontana da quella del governo Conte anche in politica estera. Il premier ha un ottimo rapporto con gli Stati Uniti nonostante Trump mentre Di Battista vola in Iran e centro-America per raccontare nei suoi documentari i misfatti Usa e contesta la politica imperialista già prima di Trump come farebbe con Biden e – nel suo piccolo – fece già ai tempi di Obama.

Dietro i ritardi nella scelta del nuovo capo politico, dietro l’ansia di collegialità e la voglia di nuova governance ci sono quindi scelte politiche precise: Beppe Grillo e la maggioranza dei parlamentari M5s non vogliono spaccare il partito e mettere a rischio il governo Conte. Per queste regioni legittime non vogliono lasciare a Alessandro Di Battista la possibilità di prendere in mano il Movimento mediante una votazione online su Rousseau dagli esiti imprevedibili.

L’unica soluzione è quindi modificare l’articolo 7 dello Statuto per stabilire che ‘morto un Papa non se ne fa un altro’ bensì si va avanti con un bel collegio di cardinali. Beppe Grillo e la maggioranza dei parlamentari M5s preferiscono un organo collegiale che possa assorbire i ‘dissidenti’ come Di Battista rendendoli innocui. Se Alessandro Di Battista accettasse questa soluzione, entrando nell’organo collegiale, tutti sarebbero felici e contenti. Di Battista però non sembra intenzionato a farlo.

A dire il vero non ha mai dichiarato di volersi candidare come Capo politico del M5s però ha chiesto più volte la convocazione degli Stati Generali per portare il M5s in una posizione terza tra destra e sinistra, pur mantenendo il sostegno al governo Conte sul modello però del governo Conte 1, basato su un contratto M5s-Lega senza nessuna alleanza sul territorio.

Sulla base di questa piattaforma, Di Battista avrebbe sfidato dopo il congresso i candidati più vicini al Pd, candidandosi come Capo politico del M5S.

In questo quadro si inserisce la mossa di Vito Crimi. Il reggente ha proposto ai parlamentari tre ipotesi di uscita dal guado: la prima è il voto immediato per nominare il capo politico alla vecchia maniera sulla piattaforma Rousseau. L’ipotesi non ha nessuna possibilità reale di approvazione ed è stata proposta probabilmente perché è l’unica prevista dallo Statuto.

Le altre due strade lumeggiate da Crimi puntano entrambe alla governance collegiale auspicata da Grillo, Fico, Taverna e compagni. Però le strade alternative non sono previste dallo Statuto. Quindi si torna alla casella di partenza: ci vuole un voto a maggioranza sulla Piattaforma Rousseau e non è una cosa così semplice e scontata.

In prima istanza lo Statuto può essere modificato solo qualora partecipi almeno la maggioranza assoluta degli iscritti, in seconda istanza qualunque sia il numero dei partecipanti.

In prima istanza ci vorrebbero quindi 85mila voti (mai raggiunti finora) per cambiare lo Statuto. In seconda istanza sarebbe sufficiente la maggioranza dei votanti. La modifica dello Statuto per introdurre la governance collegiale è sponsorizzata da Grillo e da gran parte dei parlamentari. Probabilmente passerà in cavalleria. Però le cose potrebbero cambiare se si attivasse su questo anche la fronda interna capeggiata da Di Battista.

Difficile che si arrivi a un duello tra Dibba che difende le vecchie regole e la possibilità di diventare leader e Grillo che auspica unità e collegialità. Ed è comune difficile capire cosa voterebbe la base posta di fronte all’alternativa. Gli iscritti votanti sono in buona parte attivisti M5s della prima ora ma nell’ultimo anno i votanti sono aumentati da 110mila a 170 mila. Tanto che l’europarlamentare Dino Giarrusso, scettico per l’aumento degli iscritti in una stagione di netto calo dei consensi ha chiesto di rendere pubblici i nomi degli iscritti al M5s.

Alla fine il sistema della votazione online sulla piattaforma Rousseau sta mostrando i suoi limiti proprio quando il Movimento si trova a dover fare le scelte più importanti sul suo futuro: dalla governance al leadership. Il momento della verità sarà la votazione sulla modifica degli articoli dello Statuto per passare alla governance collegiale. Vito Crimi dovrà chiedere agli iscritti di eliminare o sospendere le regole interne che prevedono la figura del capo politico e la sua votazione online nei trenta giorni in caso di vacanza.

Quando quelle modifiche dello Statuto saranno messe al voto su Rousseau Alessandro Di Battista sarà posto davanti a un bivio: fare campagna contro una modifica sponsorizzata da Di Maio e Grillo, Fico, Taverna e dalla maggioranza del M5s in Parlamento. Oppure passare ancora una volta la mano. Non è una scelta facile.

La governance collegiale condannerà probabilmente Di Battista a un lungo periodo di irrilevanza politica. Quello che sta passando è l’ultimo treno per lui. La tentazione di saltare su per mettersi alla guida del convoglio c’è ma prevarrà la paura di perdere restando travolti per poi trovare sbarrate le porte dei vagoni in caso di volontà di risalita a un’altra stazione. Di Battista alla fine potrebbe scegliere una terza strada: lasciare andare il treno del M5s guidato da una decina di ex compagni stretti stretti sulla locomotiva per cercare un’altra strada da solo. Magari fuori dalla politica.

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