Si allunga la lista di personaggi legati alla stagione di Mani pulite in campo per il No al referendum sul taglio dei parlamentari. Dopo le prese di posizione di Paolo Cirino Pomicino (1 anno e 10 mesi per finanziamento illecito e corruzione), Carlo Tognoli (3 anni e 3 mesi per ricettazione), Paolo Pillitteri (4 anni per corruzione) e altri, con un intervento pubblicato su Il Riformista, ora si aggiunge anche Antonio Del Pennino. Deputato per 5 legislature e senatore fino al 2013, una vita nel Partito repubblicano italiano, Del Pennino patteggiò una pena di 2 mesi e 20 giorni nel processo per le tangenti Enimont. A ottobre 1994 un altro patteggiamento: 1 anno, 8 mesi e 20 giorni per mazzette relative alla Metropolitana milanese. Prescritto per corruzione.

La sua tesi è che “per valutare appieno le ragioni del No al referendum del 20 e 21 settembre, sia opportuno un confronto con le due precedenti riforme costituzionali“. Sia il testo voluto dal governo Berlusconi che quello voluto da Renzi nel 2016, “prevedevano la riduzione del numero complessivo dei parlamentari, ma in un quadro di superamento del bicameralismo paritario“. Secondo l’ex parlamentare, inoltre, quelle riforme furono bocciate grazie alla presa di posizione delle opposizioni, mentre quella voluta dal Movimento 5 stelle “si muove in una logica del tutto differente”. Nasce cioè dal “rifiuto della democrazia rappresentativa, cui contrappone una presunta democrazia diretta“.

La Lega prima, e il Pd poi, continua Del Pennino, sono stati costretti “ad accettare l’approvazione del taglio secco” degli eletti chiesto dai 5 stelle. I dem hanno poi chiesto di agganciare al referendum la riforma della legge elettorale e la revisione dei regolamenti parlamentari, due punti ritenuti “indispensabili per garantire il funzionamento del Senato”. A suo parere, però, è “un’assurdità” legare le due cose. Come se non bastasse, rispetto al passato le opposizioni non si sono schierate a favore del No “a parte la lodevole eccezione di +Europa e di Azione di Calenda”.

“È pur vero che numerose voci si sono levate soprattutto in Forza Italia, ma anche nel Pd, e da ultimo, Giorgetti nella Lega, per sostenere le ragioni del No (a cominciare dalla falsità sui presunti risparmi, per cui, peraltro, nessuno ha fatto un confronto con quelli ben maggiori che si sarebbero avuti con l’abolizione del Cnel e delle Provincie proposta nel referendum del 2016)”, conclude Del Pennino. Data la situazione, una vittoria del Sì ricadrebbe “sulle forze politiche della Seconda repubblica che, per paura di apparire come difensori della ‘casta’ di fronte al populismo dilagante, rischiano di avviare il Paese verso una deriva sudamericana. Non a caso i 5 Stelle sono stati gli unici sostenitori di Maduro in Occidente”.

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