di Silvia Zamboni*

Il 20 e 21 settembre voterò No al taglio del numero dei parlamentari, una posizione che condivido con i Verdi/Europa Verde.

Innanzitutto voterò No perché, mentre è certo che questa cosiddetta riforma riduce con superficialità la rappresentanza democratica, a differenza di quanto sbandierano i Cinquestelle che l’hanno proposta, non riduce affatto in maniera significativa la spesa pubblica (tanto varrebbe allora tagliare i compensi dei Parlamentari), né contribuisce a semplificare l’iter legislativo del nostro bicameralismo perfetto, visto che non differenzia i ruoli tra Camera e Senato, che rimarrebbero entrambi a funzioni invariate, sia pure a ranghi ridotti.

Inoltre, dal momento che incide sul rapporto numerico tra elette/eletti ed elettrici/elettori, andava accompagnata contestualmente dalla ridefinizione almeno dei collegi elettorali per assicurare un’equilibrata ed omogenea rappresentatività territoriale delle due Camere. Al contrario, per quanto riguarda ad esempio il Senato, con il prevalere dei Sì alcune regioni saranno sottorappresentate rispetto ad altre: è il caso, ad esempio, dell’Abruzzo che avrà diritto ad eleggere quattro senatori, mentre il Trentino-Alto Adige con una popolazione inferiore ne eleggerà sei. Strano modo di concepire un bilanciato rapporto tra elette/eletti e territori che le/li eleggono.

D’altra parte cosa aspettarsi da un partito, i Cinquestelle, che per bocca di uno dei suoi fondatori ha teorizzato il superamento della democrazia rappresentativa e del parlamento e la loro sostituzione con la democrazia diretta mediata dalla piattaforma Rousseau controllata da un soggetto privato? Uno strumento che in questi anni, come previsto, ha già manifestato tutti i suoi limiti e le sue ipocrisie.

Il taglio lineare dei parlamentari come riforma fine a se stessa serve solo ad alimentare e assecondare il clima di discredito verso la classe dirigente elettiva. Se il problema che si vuole affrontare è la scarsa qualità del personale politico, è però banale obiettare che la riduzione del numero dei parlamentari non equivale affatto ad aumentarne né la qualità né l’efficienza. Anzi: la statistica ci insegna che un minor numero di elette/eletti porterebbe a ridurre il numero di quelle/i competenti.

Il problema dello spessore di elette ed eletti va certamente affrontato, ma con l’appoggio vitale di formazioni civiche e movimenti sociali e tramite l’adozione da parte dei partiti di sistemi di reclutamento, formazione e selezione di candidate e candidati finalizzati a mettere al primo posto le competenze invece dell’obbedienza e della subalternità ai leader, il cui potere, con un numero minore di eleggibili, risulterà, al contrario, dilatato.

Oggi è un’altra la questione che dovrebbe preoccuparci in relazione al Parlamento (e alle assemblee elettive nei Comuni e nelle Regioni da quando si eleggono direttamente Sindaci e Presidenti di Regione): è il progressivo svuotamento del loro ruolo a causa del venir meno della canonica distinzione dei poteri di montesqueuiana memoria, che assegna quello legislativo al Parlamento/ai Consigli, e quello esecutivo al governo (localmente alle Giunte). Oggi, invece, in nome della governabilità, Consigli e Parlamento – quest’ultimo spesso messo alle strette dal voto di fiducia – funzionano sempre più da organi di ratifica dei provvedimenti proposti dall’esecutivo, piuttosto che da luoghi di esercizio del potere legislativo/propositivo.

Non ho poi alcuna difficoltà a dichiarare che il mio No è invece estraneo a strumentali motivazioni politiche, ovvero alla speranza che il prevalere dei voti contrari faccia cadere il governo: la battaglia politica non può servirsi strumentalmente della Costituzione.

Al di là del dibattito tra favorevoli e contrari, di fronte alla ripresa del contagio Covid 19 sul risultato del referendum pesa oggi l’incognita dell’affluenza alle urne, anche rispetto al traino che potrebbero esercitare le elezioni regionali. Un’incognita che rafforza l’interrogativo se non fosse stato il caso di rinviare le elezioni, per lo meno il referendum costituzionale, pur nella consapevolezza che fare marcia indietro rispetto a elezioni già indette sarebbe stata un’operazione istituzionale e politica senza precedenti e interpretabile anche come riduzione degli spazi democratici del confronto elettorale. Ma non può non destare perplessità la riapertura delle scuole per richiuderle una settimana dopo e trasformarle in seggi elettorali.

Intanto, a sorpresa, i sondaggi ci restituiscono un Paese molto meno graniticamente orientato a favore del Sì sulla spinta del diffuso “malpancismo anti-casta”, su cui, al contrario, contano i Cinquestelle: anche all’interno di partiti che hanno votato questa cosiddetta riforma, il No è in netta ripresa. Mentre la Lega salviniana non ha celato un sostanziale “liberi tutti” (in questo caso come principale motivazione antigovernativa, viene ovviamente da pensare), nel Pd e in Leu, i due alleati di governo dei Cinquestelle, si stanno manifestando ampi dissensi, con un numero crescente di esponenti che si schierano per il No.

Non è poco, considerato il contesto che, proprio a cominciare dai Verdi/Europa Verde, ci vede spesso critici verso il governo e il Parlamento. Con la consapevolezza, però, che affidarsi alle scorciatoie dettate dall’improvvisazione al potere non può che peggiorare le cose.

*Capogruppo Europa Verde e Vice Presidente Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna, co-portavoce Verdi/Europa Verde Emilia-Romagna

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