Per gli esperti sono la nuova frontiera della lotta al coronavirus, perché permettono di sapere se si è positivi nel giro di 30 minuti, hanno un’affidabilità che al momento arriva “fino all’85 per cento” e non servono operatori specializzati o laboratori di ricerca per analizzarli. Sono i nuovi test rapidi (o “antigenici”), impiegati a macchia di leopardo negli aeroporti già a partire da metà agosto, cioè dopo la stretta del governo su chi arriva da Paesi a rischio come la Spagna o la Grecia. A quasi un mese di distanza dalla loro introduzione, però, manca un piano nazionale per estenderne l’uso su larga scala. Il ministero della Salute non commenta, mentre dallo staff del commissario all’emergenza Domenico Arcuri fanno sapere a Ilfattoquotidiano.it che si sta lavorando a una richiesta pubblica di offerta, cioè a una gara di fornitura simile a quella già varata per i banchi monoposto. Nel frattempo le Regioni vanno in ordine sparso: il Veneto sta scrivendo un bando per acquistare 1,2 milioni di kit. Si sono già accodati il Lazio, che pianifica di usarli anche nelle scuole, Emilia Romagna, Friuli e Piemonte. C’è anche la Lombardia, dopo che nei giorni scorsi ha scaricato su Roma i ritardi nell’approvvigionamento. Tanto che il Movimento 5 stelle lombardo ha presentato un’interrogazione, accusando la giunta Fontana di “dormire” rispetto a “Regioni di destra e di sinistra” che si sono mosse subito.

La gara del commissario Arcuri – I nuovi test rapidi – diversi rispetto ai sierologici e al tampone molecolare – sono pensati per fare un primo screening sulla popolazione. Meno di un mese fa, quando il ministro Roberto Speranza ha dato il via libera ad impiegarli negli aeroporti, la struttura del commissario Arcuri ha ordinato una prima tranche da 130mila pezzi a una tariffa compresa tra i 10,5 e i 12 euro l’uno. In quel momento l’unica azienda produttrice ritenuta affidabile era coreana, ma nel corso delle settimane sono spuntati sul mercato altri fornitori. Stando a quanto risulta al Fatto.it, finora a Roma non è stato disposto alcun nuovo acquisto. L’intenzione di Arcuri è quella di partire al più presto con una nuova gara internazionale per distribuire i nuovi test agli enti locali che ne faranno richiesta. Restano da definire i dettagli del bando: non è ancora certo il fabbisogno previsto dallo Stato, né sono stati fissati i requisiti minimi di affidabilità richiesti alle imprese per partecipare. L’operazione è concordata con il ministero della Salute, ma dallo staff di Speranza non chiariscono quale sia l’orientamento del governo sui nuovi test antigenici o se sia stato avviato un dialogo con le Regioni. Per ora si prevede di andare avanti con la sperimentazione nei porti e negli aeroporti.

Regioni in ordine sparso – In attesa che a Palazzo Chigi la situazione si sblocchi, molti governatori hanno deciso di fare di testa propria. Lo dimostra il fatto che stanno procedendo in autonomia per reperire sul mercato le prossime forniture. A fare da capofila è il Veneto guidato da Luca Zaia. “I test sono stati validati dall’istituto Spallanzani di Roma e adesso li compreremo in gran quantità. Oltretutto, il fatto che ci siano almeno una decina di aziende che lo producono e che sono in concorrenza, ha fatto sì che il prezzo proposto sia via via sceso fino a 4,60 euro a test“, ha annunciato il presidente a fine agosto. Il bando di gara è in fase di scrittura e l’obiettivo è quello di acquistare 1,2 milioni di kit entro fine settembre. Una procedura pubblica a cui si sono aggregate anche altre Regioni, in modo tale da strappare un prezzo ancora più vantaggioso all’azienda vincitrice. L’assessore alla sanità della giunta Zingaretti, ad esempio, intende comprarne un milione, con l’obiettivo di estendere il metodo Fiumicino anche alle scuole. Fonti interne alla giunta Zaia spiegano al Fatto.it che a supervisionare l’appalto è il professor Roberto Rigoli, direttore della Microbiologia dell’ospedale di Treviso. Ogni Regione partecipante nominerà un membro della commissione per procedere con la validazione scientifica del test vincitore.

La situazione in Lombardia – Anche la Lombardia, in base a quanto apprende il Fatto.it, ha intenzione di partecipare alla gara del Veneto per acquistare 1,8 milioni di kit. “Al momento abbiamo ricevuto 5mila tamponi rapidi dallo Spallanzani”, aveva dichiarato nei giorni scorsi l’assessore al Welfare Giulio Gallera, riferendosi alla prima fornitura acquistata dal commissario Arcuri. “Mille li useremo per le carceri, dove in questo momento c’è un problema di afflusso, gli altri 4mila li useremo dove ci sarà necessità. Chiediamo che ce ne vengano consegnati di più per far fronte alle esigenze: se il Lazio ne ha ricevuti 30mila, in rapporto alla popolazione lombarda ne aspettiamo almeno 60mila”. L’intenzione iniziale di Gallera era quella di puntare alla sperimentazione di altri test veloci, “per esempio quello sulla saliva all’università dell’Insubria“. Nei giorni scorsi il segretario del sindacato dei pediatri lombardi, Ezio Finazzi, aveva pure lanciato un appello alla giunta, spiegando che, in vista della riapertura delle scuole, “senza tamponi rapidi sappiamo già come andrà a finire”. A suo parere, “i bambini si ammaleranno e non avendo noi, ad oggi, strumenti in grado di diagnosticare l’infezione da Covid li dovremo considerare casi sospetti. E, come protocollo, dovremo richiedere il tampone per tutti: in attesa dell’esito, però, anche i familiari, in quanto contatti di un caso sospetto, dovranno mettersi in isolamento fiduciario”. La conseguenza è un “blocco generale” per la vita delle famiglie. Poi è arrivata la svolta, con la decisione della Regione di seguire la strada già intrapresa da Veneto e Lazio.

L’attacco dei 5 stelle – A segnalare un presunto ritardo nella strategia adottata dal Pirellone è stato nei giorni scorsi il Movimento 5 stelle locale, presentando un’interrogazione per chiedere chiarimenti sul tema. “Regione Lombardia deve fare uno sforzo in più, esattamente come hanno fatto nel Lazio con il ‘modello Fiumicino’ e come stanno facendo in Veneto”. Nel corso del dibattito sulla mozione di sfiducia a Fontana avvenuto nelle scorse ore, inoltre, il capogruppo Massimo De Rosa ha rincarato la dose. “Mentre le altre Regioni, sia di destra che di sinistra, si sono messe d’accordo con il governo e sono partite a fare i test rapidi, noi dal 20 di agosto ci accorgiamo che abbiamo gli aeroporti più importanti d’Italia e non stiamo facendo alcun controllo”, ha detto in aula. Anche per le scuole “Regione Lombardia sta dormendo. Il Lazio ha fatto dei piani, il Veneto li sta utilizzando”. “Dovete aspettare mamma Stato che dica cosa si deve fare?”, si chiede. “È meglio non darvela l’autonomia se siete messi così”.

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