Le elezioni tenute in Giamaica giovedì 3 settembre, dove si affrontavano il premier uscente Andrew Holness del Jlp (Jamaica Labour Party) e il candidato del partito di opposizione Pnp (People’s National Party), hanno toccato il minimo storico delle presenze: 37%. Hanno prevalso il disgusto per la politica e la paura del contagio.

Il programma di Holness, fin dal suo precedente mandato, verte su lavoro e tasse: 250.000 impieghi promessi – meno di centomila concretizzati – e un’aliquota agevolata di imposta sui redditi inferiori ai 10.000 dollari annui. Un riconoscimento dovuto a categorie quali infermieri e insegnanti che pur con 8000 dollari di reddito subivano in passato le stesse aliquote dei ceti benestanti.

La strategia sanitaria, mossa vincente

I laburisti hanno ottenuto anche stavolta i voti dalla maggioranza del ceto medio. Non è un caso che la working class sia stata di nuovo esclusa da programmi mirati: i poveri non votano, molti non possiedono un documento d’identità, obbligatorio per farlo, e sopravvivono con meno di 3000 dollari l’anno, in un Paese dove il costo dei generi primari è superiore agli Usa.

In realtà, il governo quaggiù conta poco: il settore privato, capitanato da Psoj (Private Sector Of Jamaica) rinforzato dagli investimenti stranieri del nuovo millennio, controlla la finanza locale e condiziona le mosse del parlamento. Un centinaio di famiglie si tramanda dai tempi della schiavitù il possesso di terre, Real Estates (proprietà immobiliari) e mezzi di produzione.

I partiti veri e propri sono screditati per il loro passato turbolento: The Garrison Scheme, i presidi di quartiere, hanno caratterizzato la politica dal 1962 – anno dell’indipendenza di facciata dalla Gran Bretagna – al 2012, armando i ghetti e concedendo potere e impunità ai boss della droga che dominano le comunità urbane e impongono con la forza il candidato a loro gradito. Una piaga dolente nel ricordo dei giamaicani, tra massacri perpetrati dalle gang e rappresaglie poliziesche che si sono accanite sulla popolazione civile.

Le trincee dei disperati, gli uni contro gli altri, simboleggiate dalla guerra civile che contrappose Pnp e Jlp nel 1980 mietendo quasi 1000 vittime, e dalla rivolta di Tivoli Gardens nel 2010, dove circa 100 civili furono massacrati dall’esercito.

Il quartiere di Tivoli fu negli anni ’60 invenzione di Edward Seaga, nato a Boston da genitori libanesi, e morto lo scorso anno a Miami. Da produttore musicale, diventò leader Jlp e primo ministro dal 1980 al 1989. Trasformò Back-o-Wall, una bidonville di fango e lamiere, in una comunità con scuola, clinica prenatale e giardini. Tivoli divenne così la sua fortezza personale e il presidio di controllo elettorale.

Michael Manley, capo del governo Pnp negli anni ’70, gli contrappose Trench Town come ghetto antagonista. La guerra tra le due fazioni fu così efferata che Bob Marley, ferito in un attentato, decise di intervenire, suggellando una pace fittizia che durò poco.

Seaga fu sempre legato ai repubblicani Usa, per cui la sottomissione attuale di Holness a Trump non è altro che la continuazione di un percorso storico a senso unico. L’alleanza con Reagan prima e Bush senior poi pose l’isola sotto il controllo Usa e inserì la sua economia nei programmi Fmi e Banca Mondiale. L’intervento di Reagan sabotò le esportazioni di viveri durante l’alleanza di Manley con Castro. Tra i negozi vuoti e le continue proteste, l’esperimento socialista in Giamaica fallì e Seaga prese il potere.

Il suo successore Bruce Golding, premier dal 2007 al 2011, esasperò questa tendenza, ponendo il boss narco Dudus Coke al comando di Tivoli e Denham Town, ignorando la richiesta di Obama di consegnare l’uomo alla Dea. Sotto minaccia Fmi del taglio fondi, Golding ordinò l’arresto di Coke provocando la rivolta dei ghetti, repressa ferocemente dalle forze speciali che distrussero case e persone con bombardamenti di mortai ed esecuzioni sommarie.

Holness ha puntato la sua campagna elettorale sul successo iniziale nella guerra al Covid, che ha consentito all’isola di cavarsela nella fase uno con poche centinaia di casi e meno di 10 morti.
Nel discorso celebrativo dopo la vittoria, egli ha ribadito la sua strategia, concretizzata dall’imposizione di una sorta di “regime sanitario” con il coprifuoco tassativo dalle 19 alle 5 del mattino successivo.

Malgrado ciò, la disoccupazione in tempo di pandemia e la crisi economica conseguente al lockdown ha costretto la Giamaica a riaprire le frontiere al turismo fin dal 1 luglio. Ma con scarso successo: avendo i charter europei e le navi da crociera cancellato la destinazione Caraibi a tempo indeterminato, gli hotel all-inclusive ospitano solo turisti statunitensi, il cui accesso – nonostante la pandemia che infierisce in patria – è frutto del rapporto impari tra il colosso Usa e la piccola isola caraibica.

Non solo: beffardamente è stato proprio il Jlp di Holness, attraverso una massiccia campagna elettorale caratterizzata da assembramenti e sfilate di camion zeppi di fan prezzolati, a peggiorare il quadro sanitario, che registra un aumento incontrollato di casi – dalle poche centinaia iniziali agli oltre 3000 attuali – anche se il bilancio delle vittime è inferiore alla quarantina.

Inflazione e recessione fanno però più paura del virus: in soli tre anni, il costo della vita è raddoppiato, in parte a causa della svalutazione del dollaro giamaicano (Jmd) nei confronti di quello Usa (1 Usd=150 Jmd). In realtà il picco massimo dei prezzi al consumo dal 2019 a oggi non è altro che l’estrema conseguenza di un’economia ultra liberista che ha fagocitato il welfare sociale ereditato dal governo di Manley, scavando un solco incolmabile tra quel 10% di privilegiati miliardari e il resto della popolazione, con nel mezzo un ceto medio che si arrabatta a tirare avanti, cercando di evitare la caduta negli Inferi. Una riproposizione in miniatura della società brasileira, descritta nei miei precedenti post.

Ps. Da segnalare la recente iniziativa di Luis Abinader, il nuovo presidente dominicano: a ogni turista che opterà per la Repubblica Dominicana come meta per le vacanze, sarà garantita un’assicurazione sanitaria. Nel caso un visitatore dovesse contrarre il virus durante la sua permanenza, il governo coprirà sia le spese ospedaliere che il volo di rientro. Anche se la prospettiva di essere ospitalizzati in Santo Domingo non è certo allettante, l’idea è valida. In Giamaica, considerando lo strapotere della sanità privata, sarebbe inconcepibile solo parlarne.

Foto e testi – © F.Bacchetta

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