Una campagna elettorale difficile quella per le comunali di Reggio Calabria. Il rischio del ballottaggio è dietro l’angolo ma il favorito è senza dubbio il sindaco uscente Giuseppe Falcomatà del Pd. La partita si gioca tra lui, alla guida di una coalizione di centrosinistra, e il candidato del centrodestra Antonino Minicuci scelto dalla Lega, provocando i mal di pancia di Forza Italia, per la corsa a Palazzo San Giorgio. In tutto sono nove gli aspiranti sindaci. Ci sono anche Saverio Pazzano della sinistra radicale, Klaus Davi, Fabio Foti del Movimento Cinque Stelle, Fabio Putortì con una lista civica, Maria Laura Tortorella, che guida la lista Patto civico, Pino Siclari del Partito comunista dei lavoratori e l’ex assessore comunale Angela Marcianò.

Dietro di loro un esercito di candidati per un posto da consigliere comunale: 914 complessivamente e tra questi ci sono indagati, condannati, imputati e nostalgici del fascismo. Non mancano naturalmente i trasformisti, le solite facce di chi sta con chi vince: prima alla corte dell’ex governatore Scopelliti, poi passati con Falcomatà e infine ritornati nel centrodestra a ridosso delle amministrative. È il caso di Demetrio Marino che, nel 2014, era stato eletto con il centrosinistra. Oggi si scopre di destra e si presenta con Fratelli d’Italia, un ritorno al passato, agli anni in cui gravitava attorno agli assessori dell’amministrazione sciolta nel 2012 per infiltrazioni mafiose.

Con lo stesso partito, corre Massimo Ripepi, il consigliere uscente che Giorgia Meloni ha piazzato capolista nonostante sia stato avvisato oralmente due volte per stalking dal questore di Reggio e sotto processo per diffamazione e danno di immagine nei confronti di una donna, un medico che frequentava la comunità religiosa della Chiesa cristiana “Pace” di cui è pastore. Dai suoi seguaci, Ripepi si fa chiamare “papà” e dal pulpito della sua chiesa si definisce “unto dal Signore”. “Chi si mette contro di noi – è tra le sue frasi più scenografiche – si mette contro Cristo, questo è matematico”. Una sorta di “santone” che, quando parla, supera più volte la linea di confine tra chiesa e politica: “Voi – dice durante le sue omelie – vi dovete schierare con me o contro di me”.

Destra, sinistra e poi di nuovo destra sponda Lega. Più o meno quello che ha fatto Emiliano Imbalzano, sei anni fa diventato consigliere comunale con la lista “A testa alta” a supporto di Falcomatà. Nel 2018 si è rivelato il “cavallo di Troia” del Carroccio che oggi lo candida capolista assieme a un gruppo di fedelissimi di Giuseppe Scopelliti, l’ex sindaco e presidente della Regione Calabria finito in carcere perché condannato nel processo sul “Caso Fallara” per il disastro dei conti del Comune di Reggio Calabria.

Nel segno della continuità, con il passato però, è ritornato a casa anche Saverio Anghelone. Figlio di un ex assessore di centrodestra ai tempi di Scopelliti, nel 2014 Anghelone è stato candidato ed eletto con il centrosinistra. Falcomatà, che lo aveva nominato vicesindaco, lo ha poi tenuto come assessore allo Sviluppo economico fino al 20 luglio scorso quando, a un mese dalla presentazione delle liste, ha scritto una lettera al sindaco sostenendo che “è giunto il momento, in piena libertà ed indipendenza, di riacquistare la scelta, eventuale, di adesione a nuovi progetti”. Una parola, quel “eventuale”, cancellata ben presto, visto che dopo sei anni di stipendio da assessore (2.368 euro al mese), Anghelone si è candidato nella lista Cambiamo con Toti a sostegno del candidato leghista Antonino Minicuci.

A proposito dell’aspirante sindaco marchiato Lega, Minicuci è l’uomo scelto dal Carroccio per prendersi Reggio Calabria dove non è residente ma dove è stato direttore generale presso la Città metropolitana. Concluso quell’incarico, negli ultimi anni si era trasferito a Genova ricoprendo l’incarico di segretario generale del Comune e oggi è la bandierina che Salvini vuole piazzare in riva allo Stretto. “Competenza, trasparenza e legalità sono i punti cardine per raddrizzare il presente e costruire il futuro”, aveva detto il responsabile cittadino della Lega Franco Recupero nel suo endorsement al candidato sindaco Minicuci.

Quest’ultimo, però, nella lista che porta il suo nome ha inserito Nezha Lazreq, una signora originaria del Marocco che vive a Reggio da 34 anni. La candidata si definisce “un’immigrata, una madre, una musulmana e un’attivista per i diritti umani”. Non sarà per questo che sul profilo Facebook compaiono foto in cui indossa un giubbotto antiproiettile e imbraccia un fucile mitragliatore. Un’arma da guerra impugnata senza imbarazzo dalla candidata che dice essere “d’accordo con Salvini”, quando il leader della Lega sostiene che “non tutti gli immigrati sono brave persone”.

Lazreq ha anche fondato l’associazione culturale “Donne arabe di Calabria” per diffondere il rispetto delle donne. Non di tutte, probabilmente. Visto che, nel novembre 2017, dopo che una signora di Vibo Valentia aveva intrapreso una relazione con il marito di una marocchina, accantonati i buoni propositi sul “rispetto delle donne”, da Reggio Calabria è partita una spedizione punitiva nei suoi confronti. E del gruppo, assieme alla donna tradita e ad altre due connazionali, faceva parte anche Lazreq. Tutte, compresa la candidata della lista “Minicuci sindaco”, sono state condannate in primo grado a un anno e 6 mesi di carcere per sequestro di persona e lesioni aggravate. La vittima, dopo un’aggressione con un ombrello, era fatta salire in auto dove le quattro marocchine l’avrebbero minacciata di morte con frasi del tipo: “Ti ammazzo, mi hai preso mio marito, ti porto a Reggio e ti ammazzo”.

Sempre a sostegno del candidato di centrodestra, nella lista di Forza Italia c’è l’ex consigliere comunale Giuseppe Eraclini che era stato dichiarato incandidabile dal Tribunale di Reggio Calabria dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose. Una sentenza, confermata dalla Cassazione, che aveva costretto Eraclini a stare fermo un turno a causa dei suoi rapporti con una ditta riconducibile a un imprenditore condannato diversi anni fa per mafia e ucciso nel 2019 in un agguato. Il tempo rimargina le ferite. Anche quelle giudiziarie. Minicuci lo sa e non ha obiettato se, a guidare la lista Nuova Italia Unita, c’è Luigi Catalano, l’ex sindaco di Calanna (un comune vicino Reggio) che, nel 2014, era stato arrestato dalla Dda nell’inchiesta antimafia “Rifiuti 2”. Rinviato a giudizio per una turbativa d’asta del 2009, Catalano è uscito dal processo perché il reato è andato prescritto. Simpatizzante di Casapound e segretario regionale del partito delle “Destre Unite”, il candidato Catalano adesso si diletta con slogan come “Il lavoro al primo posto” e “No alle privatizzazioni, si al posto fisso” ma nel suo curriculum vanta l’aver realizzato società di servizi (private) che gestivano i parcheggi degli ospedali pubblici.

Se nelle dieci liste di Minicuci compaiono nostalgici del fascismo e persone che hanno avuto problemi con la giustizia, anche nelle undici che sostengono l’uscente Falcomatà non mancano indagati e imputati. Dal punto di vista politico, la coalizione guidata dal Partito Democratico è forte di aver lavorato sei anni nonostante le macerie ereditate dalla stagione scopellitiana e il commissariamento per mafia. Con le casse vuote, inoltre, Falcomatà è riuscito anche ad azzerare il debito e scongiurare il default grazie all’aiuto del governo venuto in soccorso del sindaco del Pd. L’operato politico, tuttavia, non è servito a trovare una sintesi con la sinistra radicale e con il Movimento Cinque Stelle. Il ballottaggio, proprio per questo motivo, non è un’ipotesi da sottovalutare. Intanto Falcomatà cerca di scongiurarlo con le sue numerose liste, dove ci sono anche consiglieri e assessori comunali coinvolti nell’inchiesta “Helios”, sui rapporti tra il Comune e l’Avr, la società che si occupa della raccolta dei rifiuti a Reggio Calabria.

Dopo gli avvisi di garanzia arrivati a giugno per induzione indebita a dare o promettere utilità (in alcuni casi tentata), infatti, sono stati ricandidati il vicesindaco Armando Neri (lista “Reset”), l’assessore comunale all’Ambiente Giovanni Muraca (lista “La Svolta”) e i consiglieri comunali Rocco Albanese (Pd), Filippo Quartuccio (Articolo 1) e Antonino Castorina (Pd). Quest’ultimo è lo stesso Castorina che, intercettato dai carabinieri, “chiedeva insistentemente, tramite la dirigente Domenica Catalfamo (oggi assessore regionale indagata ma ieri dirigente comunale, ndr), l’assunzione in Avr di persone da lui ‘sponsorizzate’”. Per i magistrati quella era “una prassi consolidata”. “Io che sono il fissa (fesso, ndr)?”, era il refrain di Castorina, ex renziano e componente della Direzione nazionale del Partito democratico che non riusciva a capire perché l’Avr non assumesse i suoi elettori.

La scure della legge Severino, inoltre, pende sulla testa dello stesso sindaco uscente Falcomatà, rinviato a giudizio per abuso d’ufficio e falso. Presto, infatti, si concluderà il processo sulla delibera per l’affidamento del Grand Hotel Miramare, un palazzo storico di proprietà del Comune, a un imprenditore che, durante la campagna elettorale del 2014, aveva concesso i locali per la sua segreteria politica. A processo con lui ci sono il suo ex vicesindaco Saverio Anghelone, come detto ora transfugo a destra, e buona parte della giunta tra cui l’attuale vicesindaco Armando Neri e Giovanni Muraca. Ma anche gli assessori Giuseppe Marino (candidato capolista del Pd) e Antonino Zimbalatti detto “Zimba” (lista “A testa alta-Psi”).

Chi, invece, per quell’abuso d’ufficio e quel falso è stata già condannata in primo grado a un anno di carcere con pena sospesa è la candidata a sindaco Angela Marcianò, ex assessore comunale ai lavori pubblici poi nominata da Matteo Renzi nella segreteria nazionale del Pd. Una sentenza non definitiva come, invece, è la sua decisione di guardare all’estrema destra del panorama politico cittadino. Dopo aver litigato con Falcomatà e aver frequentato gli ambienti renziani, infatti, oggi la Marcianò si presenta con tre liste civiche e l’appoggio del Movimento Sociale Italiano.

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