In esecuzione dell’Executive Order firmato dal Presidente Donald Trump lo scorso giugno (che ho qui meglio analizzato), gli Stati Uniti, tramite il segretario di Stato Mike Pompeo, hanno ora annunciato di avere deciso di imporre “sanzioni” contro la Procuratrice della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, e Phakiso Mochochoko, un suo stretto collaboratore.

Dopo avere minacciato la mossa per mesi, Trump ha voluto così reagire all’apertura delle indagini da parte della Procuratrice della Cpi sui gravi crimini commessi in Afghanistan dal 2002, che vedono anche soldati Usa e funzionari della Cia sospettati di avere commesso atrocità, incluse torture e altri crimini di guerra, nei confronti di civili afghani. È in effetti la prima volta che l’operato delle forze armate statunitensi viene sottoposto a indagine da un tribunale penale internazionale.

Le misure adottate da Trump contro i funzionari della Corte dell’Aia sono normalmente riservate ai responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e ai peggiori criminali. In questo modo paradossalmente Trump sta cercando di fare passare per criminali di guerra coloro che tali crimini vogliono indagare e perseguire: un tentativo maldestro e senza precedenti e che ha subito scatenato molta preoccupazione (incluso l’ordine degli avvocati di New York ed ex Procuratori e ambasciatori statunitensi).

La guerra di Trump alla Cpi era già ampiamente iniziata prima di questa recente mossa: ad aprile 2019 il governo statunitense annunciò di avere negato il visto alla Procuratrice Fatou Bensouda cercando di fatto di impedire un suo viaggio a New York, o meglio al quartiere generale dell’Onu (misura non solo illegale ma senza effetto, godendo le Nazioni Unite di uno statuto territoriale particolare).

Tra i vari attacchi pubblici contro la Corte registrati negli ultimi mesi, particolarmente grave è stato il discorso, sempre veicolato da Mike Pompeo, dello scorso 17 marzo, nel quale si minacciavano sanzioni contro membri della Procura della Cpi, facendo nomi e cognomi in particolare di due persone e lasciando intendere che misure sarebbero state adottate nei loro confronti e delle loro famiglie. Già tali mosse avevano scatenato viva preoccupazione e critiche da parte di giuristi ed esperti di giustizia internazionale.

L’Ordine firmato da Trump l’11 giugno 2020 sostanzialmente equipara ogni tentativo di indagare, arrestare, detenere o processare “any United States personnel” ad una minaccia straordinaria alla sicurezza nazionale e politica estera degli Stati Uniti.

Si basa sui poteri concessi da una legge degli anni ’70 (International Emergency Economic Powers Act o Ieepa), che conferisce al Presidente l’autorità di imporre restrizioni a proprietà che si trovino sotto la giurisdizione statunitense se tale proprietà è associata con soggetti identificati come “ostili” (“malicious”) che si trovino principalmente fuori dagli Stati Uniti. Ciò che di fatto la legge contempla sono sanzioni di tipo economico e di breve durata che colpiscano la proprietà di soggetti che rappresentino una minaccia “unusual and extraordinary” alla sicurezza nazionale.

In passato la legge è stata usata per esempio rispetto a specifiche minacce terroristiche. Che tale strumento sia ora utilizzato per minacciare e intimidire i funzionari di una istituzione che si occupa di amministrare la giustizia penale a fronte della commissione di gravi crimini internazionali, anziché contro minacce reali provenienti da paesi nemici degli Stati Uniti, è visto come “bizzarro e problematico”.

L’ordine potrebbe potenzialmente colpire non solo la Procuratrice-capo e i suoi vari collaboratori (interni ed esterni) ma la Corte nella sua interezza, i suoi giudici, funzionari ed ogni persona che in qualsiasi modo fornisca assistenza al lavoro della Corte.

La mossa di Trump è peraltro distruttiva e controproducente rispetto agli scopi ufficialmente perseguiti. Come già notato, si tratta della reazione diretta all’apertura delle indagini da parte della Cpi riguardo alla situazione Afghanistan. Tali indagini, lungi dall’essere limitate alle presunte responsabilità dei militari e dei servizi di intelligence statunitense, si concentrano in larghissima parte sui crimini contro l’umanità e i crimini di guerra commessi dai Talebani e dalle Forze armate afghane.

La posizione degli Stati Uniti, che sostiene che i propri funzionari che eventualmente commettano crimini internazionali sul territorio degli Stati-parte della Cpi (123 attualmente) non possano essere assoggettati alla giurisdizione della Corte dell’Aia è priva di fondamento, dal momento che il governo statunitense non può unilateralmente impedire che gli Stati sul cui territorio crimini siano stati commessi rinuncino alla propria giurisdizione territoriale in materia penale (eventualmente anche “delegandola” alla Corte penale internazionale di cui è membro).

L’unico argomento conclusivo che la Corte potrebbe accogliere sarebbe che gli Stati Uniti dimostrassero di avere svolto indagini efficaci e genuine sulle responsabilità dei propri cittadini rispetto ai casi di torture ed altri gravi crimini denunciati dalle vittime afghane di cui sopra. In tal caso, in base al principio della complementarietà, la giurisdizione nazionale avrebbe la preminenza rispetto a quella internazionale.

In tal senso, il problema non è tanto la Cpi che minaccerebbe la sicurezza nazionale statunitense, peraltro senza avere per il momento emesso alcun ordine di cattura e neanche formulato alcuna accusa specifica nei confronti di alcun funzionario governativo o militare statunitense. Il problema è piuttosto la mancanza di volontà dimostrata dagli Usa in tutti questi anni di fare giustizia per le vittime delle torture attribuite alle proprie forze armate e di intelligence. Gli Stati Uniti hanno infatti deciso da subito di non perseguire i crimini che sarebbero stati commessi da militari Usa e membri della Cia nel corso delle operazioni militari e antiterrorismo post-11 settembre, in particolare in Afghanistan e Iraq (salvo qualche capro espiatorio di infimo livello gerarchico).

Come giustamente affermato dalla Corte in questa occasione, “L’attacco alla Corte penale internazionale rappresenta anche un attacco agli interessi delle vittime di crimini atroci, per molte delle quali la Corte rappresenta l’ultima speranza di ottenere giustizia”.

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