Alla clessidra è rimasta poca sabbia: tra poco più di due mesi ArcelorMittal potrà riconsegnare le chiavi dell’ex Ilva ai commissari straordinari insieme a un assegno da 500 milioni di euro, se non raggiungerà un accordo con il governo sulla composizione della newco a partecipazione pubblica e sul piano industriale per il siderurgico più grande d’Europa. La trattativa prosegue sotto traccia, l’esecutivo ha già stanziato i fondi per l’intervento e continua a giocare di sponda con l’Unione Europea in vista del programma di aiuti che Bruxelles varerà. Ma con il mercato dell’acciaio che stenta a ripartire, la multinazionale temporeggia e – giura chi lavora al dossier – al momento più fuori che dentro. I segnali sono diversi, dai ritardi cronici con l’indotto che avanza 38 milioni di euro di fatture, compreso il servizio mensa, al mancato pagamento di due rate di affitto. E il governo ha finora evitato convocazione ufficiali di tutte le parti in causa in attesa del voto per le Regionali.

Ma il tempo stringe, anche tenuto conto che una volta firmata la pax definitiva, ci sarà da superare l’impasse con i sindacati sui nuovi livelli occupazionali. Fiom, Uilm e Fim continuano a ripetere che l’unico accordo valido, dal loro punto di vista, è e resterà quello firmato l’8 settembre 2018 al ministero dello Sviluppo Economico che prevedeva 10.700 assunti e zero esuberi al termine dell’ambientalizzazione nel 2024. Livelli occupazionali che ArcelorMittal si è già rimangiata più volte, dopo aver subito tradito la promessa di non utilizzare la cassa integrazione ordinaria per supplire a rallentamenti del mercato. Il ricorso alla Cigo è poi stato amplificato dal Covid e, ancora una volta nelle scorse ore, la società ha comunicato ai sindacati che prolungherà per altre 9 settimane la cassa per 8.147 dipendenti della società, di cui 5.623 operai.

Gli impianti marciano al minimo, l’anno si chiuderà, stando alle stime, sotto i 4 milioni di tonnellate di acciaio prodotto. Livelli così bassi non sono storicamente mai toccati dal siderurgico di Taranto. E tra i lavoratori sale la tensione. Oggi i sindacati hanno proclamato lo sciopero nel reparto Produzione Lamiere 2 e lunedì sarà la volta del Laminatoio a freddo. Due astensioni – contro la riduzione del personale tecnologico di alcuni impianti – che arrivano nei giorni in cui ArcelorMittal ha comunicato anche la fermata del Treno Lamiere per la fine della prossima settimana. In questo clima, l’ad Lucia Morselli ha deciso di incontrare i segretari nazionali dei metalmeccanici Francesca Re David, Rocco Palombella e Roberto Benaglia.

Un punto informale con i leader nazionali mentre sia a Taranto che a Genova le relazioni sindacali con i rappresentanti degli stabilimenti sono ridotte ai minimi termini. In vista di mesi sempre più difficili sotto il profilo produttivo e con nuove scadenze alle porte, l’azienda – spiegano a Ilfattoquotidiano.it – teme che i rapporti con gli operai stremati da mesi di cassa integrazione e zero certezze sul futuro diventino ancora più difficili. Da qui il round di incontri della Morselli, prima con i sindacalisti e poi con esponenti del governo e di Confindustria per istituire una cabina di regia, già convocata per l’11 settembre, sui pagamenti alle ditte che lavorano per ArcelorMittal. “L’incontro – commenta il sottosegretario Mario Turco – è stato costruttivo”.

Scetticismo invece, da parte dei sindacati. Per Francesca Re David, l’azienda chiede di “ristabilire delle relazioni sindacali, anche se non sappiamo nulla del futuro”. Il timore è che non si riesca a intervenire “prima che la situazione precipiti”, dice il leader della Uilm Palombella, di qui la richiesta di un incontro-verità con l’esecutivo prima delle elezioni. Non arriverà, probabilmente “La trattativa con il governo è ferma da fine luglio – dice Palombella – mentre le condizioni dei lavoratori e degli impianti peggiorano quotidianamente”.

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