Nella culla del petrolio e del petroldollaro, un’era destinata al tramonto, a sorgere nel deserto non sono i pannelli solari fotovoltaici ma le turbine azionate dall’uranio. Tra le dune assolate degli Emirati Arabi è stata messa in servizio la prima centrale nucleare del Paese e di tutto il mondo arabo. Per adesso è attivo un solo reattore da 1400 MW, ma entro il 2021 entreranno in funzione anche gli altri tre che compongono l’impianto, per una potenza complessiva di 5600 MW. La centrale si trova a Barakah, sulla costa del Golfo Persico, a 300 km da Abu Dhabi.

Alex Soroxin, ex ingegnere nucleare e consulente energetico internazionale, spiega a Ilfattoquotidiano.it che “è una scelta tradizionalista, un modo per aumentare il proprio peso politico-militare nell’area, dimostrando di essere in possesso di tecnologia nucleare”. Ma la notizia preoccupa: “Il Medio Oriente è spesso coinvolto in conflitti, è una zona rischiosa per la tenuta in sicurezza dei reattori nucleari – dichiara Sorokin – basta che il lancio di un missile colpisca la struttura, per rilasciare nell’ambiente emissioni fortemente radioattive su larga scala”. Uno scenario terribile, in cui il rischio principale “è chiaramente l’atmosfera, ma vista la posizione costiera della centrale, anche l’ecosistema marino potrebbe incorrere in pericoli”. “Io mi fido della tecnologia nucleare ma non mi fido degli uomini che la gestiscono”, puntualizza l’ingegnere, “la produzione di energia nucleare richiede una gestione estremamente seria, ad esempio, servono Paesi dalla buona stabilità politica e dal basso livello di corruzione: mi fido più di nazioni come la Finlandia, per capirci”.

C’è da dire anche che l’impianto nucleare appare controtendenza rispetto all’immagine di sé che negli ultimi anni gli Emirati Arabi hanno cercato di promuovere. Viene in mente la ‘Sustainable city’ di Dubai, un quartiere pubblicizzato come energeticamente pulito ed efficiente, ma anche, all’Expo di Milano 2015, il padiglione degli sceicchi con tecnologie green all’avanguardia, come sistemi di desalinizzazione o di condensazione dell’acqua dalle nubi del deserto.

Invece, con questo impianto nucleare gli emiri puntano a soddisfare il 25% dell’intero fabbisogno energetico nazionale. “È un investimento discutibile anche in termini pratici – chiarisce Sorokin – di solito si cerca di differenziare gli approvvigionamenti per garantire sicurezza alla rete elettrica. Puntare per un quarto del totale all’uranio potrebbe diventare un tallone di Achille”. Anche secondo gli esperti la disponibilità dell’uranio nel mondo è garantita per i prossimi sessant’anni: i principali Paesi esportatori della pregiata materia prima sono Australia, Kazakistan, Canada.

La realizzazione della centrale di Barakah ha richiesto molto tempo: il progetto era cominciato nel 2009 ed è stato condotto dalla Korea Electric Power, una società della Corea del Sud. “La Corea del Sud ha smesso di costruire nuove centrali sul proprio territorio ed esporta tecnologia nei Paesi che ne fanno richiesta – spiega Sorokin – all’interno dei loro confini, ci sono stati diversi problemi sulle certificazioni di sicurezza dei reattori ritenute non sufficientemente affidabili”.

E se il nucleare diminuisce in Europa occidentale e Nord America, sembra fare gola a molti altri paesi come Pakistan, India, Iran. Colpisce il report pubblicato da RES4Africa Foundation, in collaborazione con Enel Green Power, che mostra come negli ultimi dieci anni, solo il 2% delle energie rinnovabili a livello mondiale è stato installato in Africa, un continente pure ricco di sole, vento, laghi. Ma Sorokin è ottimista, perché “se nei decenni scorsi l’utilizzo delle fonti rinnovabili era ben più costoso delle fonti fossili, oggi la loro tecnologia è diventata competitiva”. Le agende politiche internazionali dei prossimi anni saranno determinanti, “per adesso, il nucleare soddisfa il 10% del fabbisogno energetico mondiale ma le rinnovabili raggiungono il 25%”.

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