Il no di Romano Prodi, nonostante sia favorevole. La libertà di voto di Matteo Renzi, che si astiene su quale sarà il suo voto perché “non personalizzo” come nel 2016. Dopo anni di distanza, i due ex presidenti del Consiglio si ritrovano sotto la stessa tenda: quella di chi non dice sì al referendum per il taglio dei parlamentari, sul quale gli italiani saranno chiamati ad esprimersi il 20 e 21 settembre. Il ragionamento dell’ex presidente della Commissione europea è affidato a un intervento sul Messaggero: il professore ritiene di “non primaria attenzione” la questione. Da un punto di vista funzionale, ammette, il numero di parlamentari è “eccessivo” ma spiega che “sarebbe più utile al Paese un voto negativo” sul taglio. Perché? “Per evitare che si pensi che la diminuzione del numero dei parlamentari costituisca una riforma così importante per cui non ne debbano seguire le altre, ben più decisive per il futuro del nostro Paese”.

Il leader di Italia Viva annuncia invece che il partito lascerà “libertà di voto” sul referendum: “Non condivido chi parla di attacco alla democrazia, ma neanche l’entusiasmo grillino sulla ‘svolta storica’. Non è una svolta, è uno spot: taglia i i parlamentari, ma lascia intatti i problemi del bicameralismo perfetto”, afferma in un’intervista a Repubblica Renzi, secondo cui “passato questo referendum inutile, ci sarà da scrivere la vera riforma” coinvolgendo anche “l’opposizione, se ci sta”. Il suo voto resta segreto, nonostante gli indizi: “Non personalizzo più”, sottolineando riferendosi alla campagna per il referendum del 2016 che gli costò il posto a Palazzo Chigi.

Nel suo intervento Prodi dice che il referendum “viene ritenuto un residuo di impegni presi in passato, di vecchi slogan e di campagne folcloristiche accompagnate da immagini di grandi forbici e di poltrone sfregiate dalle forbici medesime”. In questa ottica, osserva l’ex presidente del Consiglio, “resta quindi difficile convincerci del fatto che la diminuzione del numero dei parlamentari sia il primo passo per portare i problemi del territorio al Parlamento e dal Parlamento al Governo”. Il “normale cittadino”, dice ancora Prodi, “intuisce che il numero dei parlamentari non è il problema principale del crescente distacco fra il Paese e il Parlamento”, ma il “dimagrimento” di Camera e Senato “può essere solo la conclusione di un necessario processo di riesame del funzionamento delle nostre istituzioni”.

Piuttosto, conclude, se “vogliamo raggiungere l’obiettivo di rendere il Parlamento autorevole e responsabile” verso i cittadini “occorre fare ogni sforzo per orientarsi verso un sistema elettorale in cui i partiti, sui quali grava la responsabilità di indicare i candidati alle elezioni, siano spinti a scegliere persone che, per la loro autorevolezza e per la stima di cui godono, abbiano maggiore probabilità di essere votate dagli elettori del collegio con il quale dovranno mantenere rapporti continuativi per tutto il corso della legislatura”.

Una linea non distante da quella di Renzi che si dice “non convinto dalla relazione tra questa riforma costituzionale e legge elettorale” e torna a sostenere il sistema maggioritario: “Noi proponiamo il modello del sindaco d’Italia”. E si dice “pronto” a “sbloccare subito i lavori della Commissione se c’è una visione organica”. Quindi i desiderata: “O maggioritaria, con doppio turno ed elezione del sindaco d’Italia. O sistema tedesco, con monocameralismo, sbarramento e sfiducia costruttiva”, assicura Renzi. “Nell’uno e nell’altro caso -conclude – occorre subito una riforma costituzionale vera: lasciamo gli spot ai populisti”.

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