Con buona pace di tanti miei amici, difensori di un parlamentarismo immaginario, io al referendum settembrino sullo sfoltimento dei nostri parlamentari voterò sentitamente sì. Dunque contro l’abrogazione della norma che riduce i posti a disposizione di qualche centinaio di professionisti della politica. E lo farò non per risibili risparmi nell’immenso mare degli sprechi nazionali, né per inseguire ipotesi di efficientamento da consulenza un tanto al chilo. Lo farò per il valore simbolico che assume questo voto: mandare un segnale alla corporazione politicante. Il cui ultimo spot è stato l’inqualificabile corsa di una pletora di previlegiati, inguattati nelle istituzioni, ad accaparrare il bonus-indigenza di 600/1000 euro predisposto dal governo come soccorso di prima necessità agli albori della pandemia.

E non mi farò commuovere dai ragionamenti alati (dunque inguaribilmente astratti) delle “brigate Montesquieu”, composte dai cantori di un mondo irreale, di promotori perinde ac cadaver della sacralità democratica; in cui la funzione di rappresentante del popolo viene circonfusa da un alone onirico di venerandi principi e immagini idilliaco/pensose da padri della Patria all’opera indefessa per il bene pubblico. Quelli che – invece – continuano a brigare per accaparrarsi benefit ed emolumenti in crescita, dichiarando per bocca di quella povera anima dell’ex tesoriere Pd Luigi Zanda (che voleva ritoccare la paghetta mensile sua e dei colleghi da 11 a 16/19mila euro) che lo fanno “perché credono nell’istituzione”. E lo credo bene, visto che tale istituzione consente loro un ben remunerato status di peones fancazzisti, seppure costretti a ingannare la noia di giornate oziose da trascorrere al telefonino o al tablet.

Ma al di là del folklore, il tema su cui mi permetto di portare l’attenzione è un altro: la lotta in corso a livello globale tra insider e outsider. Il trend diabolico a diffondere esclusione in atto da alcuni decenni, che si è trasformato in una sorda guerra civile tra privilegiati e marginalizzati. Con il ceto politico trasmigrato da tempo nel campo di chi – come si dice – “ha i piedi al caldo”.

Per cui una nuova politica, realmente democratica, ha bisogno di un nuovo ceto politico. Visto che questo è intimamente colluso con l’ordine dominante. Quell’ordine dominante che si difende con il bieco e truffaldino gioco di confondere le carte e chiamare “populismo” la critica del suo irresponsabile saccheggio di libertà. Appunto, anti-popolare. Ma – va detto – riguardo all’uso della manipolazione concettuale contro la protesta degli indignati a vantaggio degli abbienti, ad opera dei chierici di Palazzo sempre a disposizione, niente di nuovo sotto il sole.

Come mi pregio di mostrare alla spettabile platea di visitatori di questo blog con un quiz agostano: chi sarebbe l’esecrabile populista, autore della seguente dichiarazione pubblica? “(Questi uomini) si mettono assieme per provocare quanto più stress finanziario possibile, al fine di screditare la politica e quindi determinare un rovesciamento di quella politica, in modo che possano godere indisturbati delle loro azioni malvagie… Considero questo il conflitto per determinare chi governerà questo libero Paese: il popolo, attraverso i suoi rappresentanti governativi, o un pugno di uomini spietati e prepotenti, la cui ricchezza rende sostanzialmente intoccabili perché si nascondono dietro il riparo delle loro organizzazioni”.

Si tratta del Presidente degli Stati Uniti Teddy Roosevelt, il cui volto è scolpito tra quelli degli altri grandi presidenti americani nella roccia di Monte Rushmore, nel suo celebre discorso Contro le malefatte delle Grandi Ricchezze dell’agosto 1907. Cui fece eco il nipote Franklin Delano nel 1933: “l’abbondanza è alle porte, ma l’uso indiscriminato che ne è stato fatto indebolisce la possibilità. Questo è dovuto al fatto che i padroni dello scambio dei beni dell’umanità hanno fallito per ottusità e incompetenza”. Bieco populista pure lui?

In foto la manifestazione dei Radicali per il No al referendum

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