Il settore aereo è stato sinora tra quelli più pesantemente colpiti dalle conseguenze della pandemia. E i tagli al personale si susseguono. Oggi la compagnia statunitense American Airlines ha annunciato che licenzierà 19mila persone su 140mila, se gli aiuti pubblici da 6 miliardi di dollari (5,2 miliardi di euro) in scadenza l’1 ottobre prossimo non verranno rinnovati. Mille licenziamenti sono stati comunicati dalla finlandese Finnair, mentre l’australiana Qantas si appresta a lasciare a casa 2.500 dipendenti. Nelle scorse settimane anche Lufthansa e Britsish Airways hanno annunciato piani di esuberi a lungo termine che coinvolgono rispettivamente 22 ila e 12 mila lavoratori. Non sono bastati insomma i 9 miliardi stanziati da Berlino per sostenere la compagnia di bandiera. Sette miliardi sono andati ad AirFrance, quattro a Klm, tre ad Alitalia. In questi mesi i governi di tutto il mondo hanno mobilitato complessivamente oltre 100 miliardi di euro per aiutare compagnie aeree pubbliche e non (finanziamenti sono arrivati anche a Easyjet e Ryanair). Tra dipendenti diretti e indiretti il settore da lavoro a 25 milioni di persone a livello globale. Un recente report di Standard & Poor’s stima che un ritorno alla normalità sia ipotizzabile solo tra 4 anni con un calo di passeggeri fino al 70% nel 2020. La crisi del settore è evidente tuttavia alcuni sindacati sentono puzza di bruciato. Alcune compagnia stanno approfittando della situazione e dei sostegni pubblici per licenziare più dipendenti di quanto ci sarebbe realmente bisogno. L’obiettivo sarebbe quello di riassumere appena fuori dall’emergenza con condizioni contrattuali meno vantaggiose.

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