Nei gruppi WhatsApp locali ci si scambiano continuamente e quasi esclusivamente informazioni sugli incendi dolosi appena appiccati, la direzione in cui il vento soffia sulle fiamme, le strade chiuse per i roghi, le case e le antenne a rischio. Ci si scambiano consigli su come combattere gli incendi e si mandano richieste per venire ad aiutare. Ci si scambiano foto di atti di eroismo e di capelli bruciati.

Negli ultimi giorni, persone molto determinate a provocare danni hanno continuato a seminare incendi fino a quando non sono riusciti a bruciare tratti importanti di territorio in tante parti della Sicilia. Praticamente non se ne è parlato sulla stampa, forse perché questa è quasi la “normalità” estiva.

Ma nella mia zona, nella Sicilia orientale, si sono visti incendi gravi nel 2014 a Cava Grande e a Noto Antica nel 1998 – le pinete si stavano appena cominciando a riprendere, quando sono state nuovamente bruciate al suolo. Fiamme altissime hanno minacciato la città, coprendo i suoi balconi di cenere ed avvolgendola nel fumo.

Ma in tante parti del Sud, l’incendio doloso è come un “rito” annuale. Dobbiamo cambiare i calcoli economici – come fu fatto per il Parco Nazionale dell’Aspromonte per incentivare la prevenzione – e i calcoli politici. Dobbiamo impegnarci per avere la tecnologia anti-incendio e pro-ecosistema più sofisticata, non soltanto i telefonini di ultima generazione. E dobbiamo sperimentare nuovi modi per valorizzare il nostro patrimonio naturalistico.

Un modo per farlo nella mia zona della Sicilia sud orientale, intorno a Noto, sarebbe istituire il parco Nazionale degli Iblei – una richiesta avanzata da anni dalle persone della zona, che permetterebbe di proteggere a dovere sia la ricca biodiversità di questa zona che l’importante patrimonio archeologico, culturale e naturalistico che le appartiene. Questa proposta è diventata adesso anche una petizione urgente indirizzata al Governo, sottoscrivibile su Change.org.

E’ solo a seguito degli incendi terrificanti di Pantelleria del 2016 che il governo ha dato il via libera all’istituzione del Parco Nazionale dell’Isola di Pantelleria – dando così il via a investimenti e innovazione nelle aree a rischio e riducendo notevolmente il numero di incendi. Il Parco a Pantelleria è anche una fonte importante di reddito e sviluppo per la zona: ha portato a un considerevole aumento delle visite da parte dei turisti, dando anche rilievo ai prodotti agricoli e artigianali locali.

Di questi tempi, risentiamo sempre di più degli effetti della crisi climatica, che si manifesta sotto forma di siccità, temperature elevate e tempeste strane e stazionarie. L’unica salvezza sarà rappresentata dai boschi e dagli ecosistemi, che riescono ad attirare e trattenere la pioggia, per stabilizzare localmente il clima. In aggiunta, la natura selvatica ha ovviamente un suo valore intrinseco che può incentivare il turismo.

C’è chi dice che i volontari non dovrebbero lottare contro le fiamme, che questo è un lavoro da professionisti e che non dobbiamo incoraggiare le persone a mettersi in pericolo. Può essere, ma se i mezzi non arrivano o non possono arrivare, l’alternativa è perdere la casa o ecosistemi di valore inestimabile?

Un amico scrive nella chat, “quel che abbiamo fatto oggi (con la famiglia e pochi vicini) è stato spegnere a mano un incendio il cui fronte era lungo fra i 500 mt e il chilometro, fra le rocce e la vegetazione, in pendenza. Abbiamo evitato che il fuoco scendesse a Cava Talibelli di fronte casa nostra e distruggesse l’intera cava mettendo a rischio anche la nostra proprietà. Abbiamo lavorato dalle 12 alle 19 più o meno. Non avevo mai fatto nulla del genere nella mia vita, un risultato enorme seppur con condizioni di vento favorevoli, a mano con battifuoco. Abbiamo usato tutte le tecniche possibili e ne abbiamo inventate di nuove. Adesso so che si può fare tantissimo in alcuni casi e che si deve, perché nessun altro lo farà per noi.”

Sono queste le persone di cui parlo, che hanno rischiato di rimetterci i propri polmoni. Perché, come per tante altre cose nel nostro Paese, le Istituzioni – per quanto competenti e abili possano essere – non riusciranno mai a fare tutto da sole, e siamo noi, le persone, a doverci impegnare per risvegliare il senso civico in ognuno, a ogni età.

Dobbiamo sviluppare nuove abitudini di collaborazione tra Istituzioni e cittadini, per responsabilizzarci a vicenda. I soldi non basteranno mai, ma le urgenze – che riguardino la natura, la nostra sicurezza o la dignità di ognuno – sono così grandi che non possiamo rimanere a braccia incrociate. So esattamente cosa ci aspetterà questo inverno. Faremo riunioni su zoom di pianificazione. Ci faremo reciproche formazioni in “best practice” per prevenire e spegnere incendi.

E poi passeggeremo sopra la terra bruciata, martoriata, color grigio-cenere portandoci dietro sacchi e tasche piene di ghiande, carrube e azzeruoli, gettando semi e piantando alberelli. Forse, come cittadini, questo lo faremo per tanto tempo, anche in senso metaforico, per far crescere il nuovo dopo tante crisi.

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