Santo Domingo – Quando il volo umanitario – messo a disposizione dei residenti caraibici per tornare in patria – ha iniziato la discesa di atterraggio verso l’aeroporto di Santo Domingo, la mia compagna di viaggio, rimasta bloccata in Brasile da dicembre 2019 a causa della pandemia, è scoppiata in lacrime. Un privilegio che non mi è concesso. Per me, dopo oltre due anni di assenza forzata, c’è solo la consapevolezza del senso di appartenenza a questi paradisi infernali.

Il New Deal Dominicano
Domenica 16 agosto, il giorno dopo il mio arrivo, Luis Abinader, leader del Partito della Rivoluzione Moderna, ha inaugurato nella capitale Santo Domingo il suo mandato presidenziale, consacrato dalla vittoria elettorale del 6 luglio dopo aver stracciato con 51,50% contro 36% Gonzalo Castillo, vice di Danilo Medina, che dopo 16 anni di dominio incontrastato è stato costretto a cedere lo scettro del comando al suo rivale. Abinader ha tenuto un discorso accorato, illustrando alla nazione il suo programma che verte su tre punti-chiave:

1. Lotta alla corruzione: secondo un’indagine indipendente della ong Transparencia Internacional, la Repubblica Dominicana è tra le teste di serie della corruzione presente in America Latina, condividendo il podio del disonore con Brasile, Bolivia, El Salvador e Messico, subito dopo Venezuela e Nicaragua in testa a pari demerito nella classifica. Il denominatore comune per tutte le nazioni menzionate è lo scandalo Odebrecht. L’impresa di costruzioni brasiliana – che è stata al centro dell’inchiesta Lava Jato – ha finanziato per oltre un decennio i politici attraverso donazioni fasulle che in realtà erano copiose bustarelle dirette ai vertici dei partiti di governo e dei loro alleati.

La direttrice della Ong Teresita Chávez ha rimarcato nel suo rapporto come questo schema di Ponzi abbia influito non solo sul saccheggio delle risorse nazionali e dei fondi per il welfare – come nel caso di Brasile, Repubblica Dominicana e Nicaragua – ma anche nella violazione dei diritti umani avvenuta in Venezuela, con la repressione violenta dell’opposizione.

Un trend che ha profondamente impoverito l’intera regione, con la sola eccezione dell’Uruguay, che ha resistito iniziando con José Mujica a perseguire i ministri corrotti e difendendo lo stato sociale. Da ora in poi a Santo Domingo, il Procuratore Generale per le future inchieste sarà selezionato tra magistrati non legati ai partiti, mentre i politici indagati verranno immediatamente rimossi dagli incarichi e consegnati alla giustizia ordinaria.

2. Incentivi all’istruzione: la piaga della disoccupazione e dell’estrema miseria in cui è precipitata la nazione durante la pandemia per il crollo dell’indotto turistico, è strettamente legata alla mancanza di competenze dei giovani nei settori specifici alternativi al turismo, che soffrono per via della scarsa professionalità degli addetti.

Il presidente ha rimarcato che il 4% del Pib (Producto Interior Bruto) destinato all’istruzione non è stato in realtà investito per la specializzazione, e che è necessario ripartire dalla tecnologia, fornendo agli studenti laptop e tablet per la formazione a distanza, obbligata in questi tempi caratterizzati dal Covid che supera già a 86.000 casi e 1500 decessi, costringendo le autorità ad inasprire lockdown e coprifuoco, che vige dalle 19 dei giorni feriali – e dalle 17 dei festivi – fino al mattino seguente.

3. Last but not least, nel programma presidenziale, la maggiore attenzione alla diaspora negli Stati Uniti, due milioni di dominicani, 20% della popolazione in patria. E proprio qui, come sempre, il diavolo potrebbe nascondersi nei dettagli.

Un padrino d’eccezione
In realtà se il regno del satrapo Danilo Medina e del suo partito Pld (Dominican Liberation Party) si è finalmente chiuso, lo si deve essenzialmente a una telefonata lo scorso anno dell’eminenza grigia di Donald Trump, Mike Pompeo, il “grande tessitore” di trame politiche internazionali, che era presente domenica alla cerimonia di inaugurazione della nuova presidenza. Evitando così la forzatura costituzionale del terzo mandato consecutivo di Medina, Pompeo ha spianato la strada per l’elezione di Abinader, che ha avuto gioco facile su un avversario di spessore irrilevante.

Già forte dell’appoggio elettorale che la maggior parte della diaspora garantirebbe a Trump ai fini di un secondo mandato, e del contributo economico che il business dominicano assicura al fisco Usa, Pompeo mira ora a realizzare attraverso di essa un suo vecchio progetto: la costruzione di un hub logistico per le multinazionali statunitensi proprio nel cuore della regione caraibica.

Un evento che troverebbe ponti d’oro da parte della Camera di Commercio dominicana, nel quadro dello scambio di favori commerciali con lo storico alleato. Senza contare che in tal modo Trump potrebbe limitare l’influenza regionale della Cina. Ma non solo: non è certo un caso che l’unico voto a favore della risoluzione Usa sul rinnovo dell’embargo iraniano all’ultimo Consiglio di Sicurezza Onu, sia venuto proprio dalla Repubblica Dominicana.

Foto e testo © F.Bacchetta

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