La fotografia della nuova povertà, eredità della pandemia, è una mappa di Milano ricoperta da una pioggia di puntini blu. Si trovano in tutti i quartieri, centro storico compreso. Sono le famiglie alle quali il coronavirus e le misure adottate per contenerlo hanno portato via il lavoro e gli ultimi risparmi. In molti casi, persone che prima dell’emergenza non avevano bisogno di aiuto e che ora invece non hanno più entrate, né liquidità. E che per questo si sono rivolte a Emergency. Da maggio l’associazione, che da oltre 25 anni offre cure mediche nelle zone di guerra e di estrema povertà, ha deciso di convertire una parte della sua struttura logistica e metterla a disposizione del progetto “Nessuno escluso“, un servizio che prevede la distribuzione gratuita di pacchi alimentari e prodotti per la casa a chi si trova in gravi difficoltà economiche.

“Durante il lockdown avevamo già attivato un servizio di assistenza per chi era in quarantena o in ospedale” racconta Marco Latrecchina, responsabile del progetto di Emergency. Dopo la riapertura, però, le richieste di aiuto sono cambiate. “Hanno iniziato a bussare direttamente ai nostri uffici. La prima persona che è venuta qui ci ha chiesto piangendo la carta igienica. Non eravamo abituati: noi lavoriamo molto sul campo, soprattutto all’estero. Nonostante non fosse proprio il nostro focus, però, non potevamo girarci dall’altra parte “.

Molti dei beneficiari non hanno i requisiti formali per accedere alle misure di sostegno istituzionali. “Quelli che oggi chiamiamo nuovi poveri sono famiglie fuori dai radar dell’assistenza tradizionale offerta da Comuni, Regione e Stato. Un’area molto eterogenea, dai confini grigi. Spesso sono persone che prima della pandemia galleggiavano al di sopra della soglia di povertà. Lavoravano in nero, avevano impieghi saltuari o precari soprattutto nel terziario, nella ristorazione e negli eventi. Sono bastati due o tre mesi di inattività perché si ritrovassero senza niente”. Ci sono anche genitori single che con la chiusura delle scuole hanno dovuto abbandonare il lavoro, camerieri e cuochi, persone che hanno avuto solo un mese di cassa integrazione, quelle escluse dagli ammortizzatori o famiglie che hanno avuto un proprio caro ucciso dal virus.

A Milano la distribuzione dei pacchi viene fatta in collaborazione con le Brigate volontarie per l’emergenza, una rete di solidarietà nata a marzo per dare sostegno alle famiglie costrette a stare in casa, e presente in tutti i quartieri della città. “Per ogni zona sono stati individuati 3 o 4 punti di ritiro, mentre per tutti coloro che non riescono a muoversi viene organizzata la consegna a domicilio. Abbiamo iniziato con qualche centinaio di nuclei, ora siamo tra i 1300 e 1500 nuclei”. Ma i numeri crescono di settimana in settimana. Da maggio a oggi, in tutta Italia (il progetto è partito anche a Roma, a Piacenza e presto sarà attivato anche a Napoli) sono stati consegnati più di 15mila pacchi a 1570 famiglie. Da settembre, nella sola Milano, saranno 1500 quelle prese in carico stabilmente. Ognuno riceve un pacco alimentare a settimana. Dentro ci sono latte, pasta, pomodoro, sale, biscotti e altri prodotti secchi basilari. Ci sono poi altre due spedizioni, una volta al mese, una con articoli per la pulizia della casa e un’altra con il necessario per l’igiene personale. Per bambini, anziani, celiaci, vegetariani vengono poi preparate confezioni speciali per venire incontro alle loro particolari esigenze. “Come orizzonte temporaleci siamo dati la fine dell’anno. Ma siamo preoccupati per ciò che potrà accadere dopo l’estate e quando si ridurranno le misure di sostegno del governo. Nel caso siamo pronti a prolungare il progetto anche nei mesi successivi

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