Che il coronavirus sia entrato nelle carceri iraniane ormai non vi è più dubbio: lo confermano, nonostante i dinieghi ufficiali, le quattro disperate lettere inviate dalla Direzione delle prigioni al ministero della Sanità, rimaste regolarmente senza risposta.

Tra la fine di febbraio e la fine di maggio, secondo fonti ufficiali, 128.000 prigionieri sono stati temporaneamente rilasciati e 10.000 sono stati graziati. Il 15 luglio è stata annunciato un nuovo provvedimento di decongestionamento. Tuttavia, diversi difensori dei diritti umani continuano a rimanere in carcere: tra questi Nasrin Sotoudeh, che deve scontare la più alta delle condanne emesse nel marzo 2019 più una pregressa per un totale di 17 anni e mezzo di carcere, e Arash Sadeghi, in pessime condizioni di salute.

Particolarmente crudele è la persecuzione ai danni di Atena Daemi, attivista per l’abolizione della pena di morte e per i diritti delle donne. Nel 2015 era stata condannata a 14 anni di carcere, ridotti della metà l’anno dopo, per “propaganda contro lo stato” e “insulto alla Guida suprema e alle istituzioni sacre”. Un mese fa avrebbe potuto essere rilasciata, avendo scontato la pena più alta (cinque anni) del totale di quelle inflitte, ma poco prima dell’uscita dal carcere è stata condannata a ulteriori due anni di carcere e a 74 frustate per aver commemorato con un canto alcune donne messe a morte.

Non meno grave è la situazione di Narges Mohammadi, che sta scontando una condanna a 16 anni di carcere. Ha patologie pregresse e attuali sintomi di Covid-19. Le autorità continuano a negarle l’assistenza sanitaria in carcere e rifiutano di informarla sull’esito del tampone, effettuato ormai oltre un mese fa, l’8 luglio.

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