“Ho chiesto al mio boss di farmi un contratto. Ma si è rifiutato e mi ha sbattuto fuori dal campo in cui lavoravo. Posso denunciarlo ai Carabinieri anche se sono un clandestino?”. Amish (nome di fantasia) tempesta di domande gli amici in Italia. Lo fa dalla scorsa primavera, ossia da quando la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno attraverso un contratto è filtrata sempre più chiaramente dal contenuto del Decreto Rilancio. Il testo, fortemente voluto dalla ministra dell’agricoltura Bellanova, contiene anche una misura che punta a far emergere il lavoro nero nell’ambito dell’assistenza alla persona, del lavoro domestico e del lavoro agricolo. Amish, un 28enne che in India ha lasciato i genitori e quattro fratelli che contano sul suo stipendio per vivere più dignitosamente, sperava di poter ottenere dei documenti in virtù dell’impiego che aveva a Roma in un campo equestre. Tra un turno di 12 ore e l’altro, ha cercato come migliaia di altri irregolari di studiarsi il decreto, per scoprire se ci fosse la possibilità di uscire dalla coltre di illegalità. “Avevo paura di chiedere al mio capo di regolarizzarmi. Infatti non soltanto mi ha detto di no, ma mi ha anche cacciato. Non voleva nemmeno darmi lo stipendio che mi spettava”.

La storia di Amish, dal campo profughi ai respingimenti – Prima di arrivare in Italia dopo 14 respingimenti subiti lungo la frontiera croata, Amish è rimasto per settimane bloccato nel campo profughi bosniaco di Vucjak, dove era conosciuto da tutti per il suo talento canoro. “In India mi capitava di fare delle audizioni. Ma lì, senza conoscenze, è difficile farsi un nome”. L’alternativa al lavoro nei campi del sud è stata per Amish quella del volantinaggio per le grandi catene di supermercati al nord. Oggi, la sua quotidianità è fatta di sveglie alle 5.30 e di distribuzione fino a sera inoltrata di dépliant che pubblicizzano lavatrici e rasoi a metà prezzo. Il suo compenso giornaliero è di 30 euro per circa 12 ore di lavoro. “È l’unica alternativa che ho trovato. Della gente mi aveva offerto un contratto fasullo al costo di 5mila euro per farmi regolarizzare. Ma io non ho tutti quei soldi”.

Nel suo racconto fatto in inglese, le uniche parole formulate in italiano cristallino sono “carabinieri” e “questura”. Ha sfoderato il primo termine per minacciare il datore di lavoro che non voleva dargli i soldi pattuiti. Mentre ha memorizzato il secondo perché sa bene che l’unica traccia della sua esistenza in Italia è raccolta alla Questura di Trieste, dove si trovano le sue impronte digitali. Ma un paio di parole non sono un’armatura sufficiente se l’ostacolo da sfidare è il proprio sfruttamento. E dove non arrivano le parole di Amish, provano a giungere quelle di Avvocato di Strada Onlus, una realtà che da circa 20 anni offre assistenza legale a chi non ha una casa. “La misura del Decreto Rilancio ha funzionato perlopiù in aziende ampie e strutturate. Ma nelle imprese piccole, che nel nostro Paese rappresentano la maggior parte, nessuno ha mai pensato che convenisse mettere in regola i lavoratori. Perché dovrebbero fare un contratto a chi risulta molto meno costoso se privato di ogni diritto?”, si chiede Antonio Mumolo, presidente dell’Associazione che soltanto l’anno scorso ha portato avanti 4mila cause in difesa di persone senza tutele.

I dati reali e le aspettative del governo – Secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno (aggiornati al 31 luglio) le domande legate all’emersione del lavoro nero sono state 148mila, di cui 11mila sono ancora in bozza. A circa due settimane dalla scadenza del 15 agosto, le richieste sono circa 70mila in meno rispetto ai calcoli del governo che, con questa mossa, sperava di strappare all’illegalità almeno 220mila irregolari. I numeri mostrano un forte squilibrio tra i settori interessati: l’87% delle domande già elaborate si riferisce infatti al lavoro domestico e all’assistenza alla persona, mentre al lavoro subordinato fa riferimento il restante 13%.

“La ragione di questa differenza è che le famiglie che hanno fatto un contratto a colf e badanti non sono datori che puntano a guadagnare sulla negazione dei diritti. Gli imprenditori, invece, sì. Ci sono capitati casi di irregolari che si sono presentati da noi per chiedere aiuto dopo che i capi hanno negato loro il contratto, è uno schema comune purtroppo”. Nella norma, oltre a non esserci alcun accenno a sanzioni per chi non proceda alla regolarizzazione, si fa uso della formula “possono” invece che “devono”, in riferimento all’adesione alla misura. Nel testo si legge infatti che “i datori di lavoro […] possono presentare istanza […] per concludere un contratto di lavoro subordinato con cittadini stranieri […] ovvero per dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare […]”.

La legge, però, va interpretata. “Il verbo ‘possono’, secondo noi, non è da intendere come se l’adesione alla norma fosse facoltativa – spiega Mumolo – ma con questo verbo si sottolinea il fatto che, mentre prima non era proprio possibile procedere ad alcun tipo di regolarizzazione per chi era senza permesso di soggiorno, ora questa alternativa c’è e va seguita per non essere fuori legge. In certi casi possono essere i singoli lavoratori a muoversi per chiedere la regolarizzazione, ma in tanti temono di uscire allo scoperto e di dover lasciare il Paese se la richiesta non va a buon fine. Credo si potesse fare di più, ma almeno oggi una piccola percentuale di immigrati sta ottenendo documenti che possono cambiar loro la vita”. Per chi invece continua a guardare alla regolarizzazione come a un miraggio, resta l’alternativa di cercare supporto legale in una delle 55 sedi di Avvocato di Strada Onlus. Ma combattere non è una scelta scontata. “Gli irregolari spesso vivono in casolari, lontani dalle città. Devono avere una forte motivazione per uscire allo scoperto, raggiungerci e convincersi che farsi difendere gratuitamente è l’unica alternativa che hanno per un’esistenza migliore”.

(immagine d’archivio)

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