Il fatto che Daniel Ek, Ceo di Spotify, abbia fatto incazzare mezzo mondo dicendo in realtà l’ovvio la dice lunga su quanto abbia ragione. Per buona pace di tutti. E viene certo, sì, da mandarsi a letto senza cena nel darla (dialetticamente) vinta ad uno che sta alla musica come Amazon al commercio al dettaglio: con l’unica differenza che il punto di contatto tra consumatore e azienda è qui rappresentato dagli artisti stessi, che oltre che produttori compaiono pure nelle vesti di corrieri guadagnando, in buona parte dei casi, uguale se non meno di chi scende in corsa dal camion per lanciare il pacco in direzione nostra.

L’idea, espressa da Ek, secondo il quale sarà sempre più improbabile pubblicare nuovi album ogni 3 o 4 anni è già realtà nei fatti: dal 2017 ad oggi infatti Taylor Swift e Lana Del Rey hanno pubblicato 3 album, Billie Eilish 3 Ep, 1 disco in studio e 24 singoli, Lil Baby 2 album così come Ariana Grande, Post Malone e Lil Wayine. A differenza di quanto accade, invece, nel mondo del rock e del metal: il genere che vanta il maggior numero di reunion, tour d’addio o celebrativi di questo o quel disco.

Pensiamo ad un gruppo come i Guns N’ Roses, ad esempio: che non pubblica un disco di inediti dal 2008 ma che da quattro anni a questa parte produce la terza serie di concerti di maggior successo di tutti i tempi. O parliamo, se preferite, dei Kiss: impegnati in un primo “farewell” tour già nel 2000 salvo poi annunciarne un secondo poco più di due anni fa. Tra i pochi a non godere mai di questo tipo di stratagemmi, è da riconoscerlo, i Metallica: in giro dal 1981 e con soli quattro dischi in studio, all’attivo, dal 2003 ad oggi.

E non è un caso, che proprio tre anni fa, il rock sia stato superato – in termini di streaming – anche dall’r&b oltre che dal rap, quando solo nel 2012 – cioè un’era geologica fa – figurava come primo nel mondo riuscendo ancora a tenere a debita distanza il pop. Questo a testimonianza del fatto che le parole di Ek, per quanto possano suonare, a ragione, opportunistiche, trovino però riscontro nei numeri: chi dorme, in soldoni, non piglia pesci.

Dal momento che band e artisti non hanno tempo di dedicarsi a nuova musica se non in tour, fatta eccezione per quei concept che giustificano l’ascolto in cd e vinile, non sarebbe bene per tutti spostare il focus sulle canzoni e centellinarne la pubblicazione così da rendere l’album il mezzo e non il fine? Perché non trarre comunque vantaggio da un sistema pure sbagliato e discutibile? Fosse solo per una questione di mera sopravvivenza.

Ne guadagnerebbero quelli che, stremati dalla routine disco-tour, avrebbero come unico pensiero quello di concentrarsi sui brani e non più sui dischi, contando che non sono certo questi a giustificare l’avvio di una nuova serie di concerti: non nel rock, almeno, dove l’effetto nostalgia è preminente. Nessun artista può pensare, volendo vivere del proprio genio, e a prescindere dal genere cui fa riferimento, di rivolgersi ad una nicchia specifica: deve, se possibile, parlare a chiunque.

A maggior ragione, allora, i retaggi e i formati del passato andrebbero non dico messi da parte ma lasciati ai devoti: in Inghilterra, addirittura, pure le vendite di musicassette sono tornate a crescere, negli ultimi mesi, ad un ritmo maggiore di quelle dei cd, raddoppiando rispetto a quanto fatto registrare nel 2019. Numeri comunque ridicoli, sia chiaro: 65.000 unità. Niente che un trapper, uno dei tanti, che si “rispetti” non riesca a fare con molta meno energia e originalità pubblicando dalla sua cameretta.

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