Novanta minuti che valgono una stagione intera. La prossima. Ora che lo scudetto è stato cucito per la nona volta consecutiva sulla maglia bianconera e che i biglietti per l’Europa sono stati già staccati, l’unico verdetto che deve essere ancora emesso è quello che fa più paura. Perché stasera Genoa e Lecce conosceranno il proprio futuro. Una resterà a sgomitare nelle retrovie della prossima Serie A. L’altra verrà risucchiata nelle sabbie mobili della cadetteria. Una partita unica che si giocherà su due campi diversi. Al Luigi Ferraris il Grifone (che ha un punto di vantaggio sui pugliesi e che in caso di arrivo a pari punti otterrà comunque la salvezza) ospita il Verona di Ivan Juric, uno che il Genoa l’ha vissuto prima con la maglia rossoblù e poi nei panni di allenatore.

Tre esperienze in panchina fra il 2016 e il 2018, tre fallimenti. E adesso che ha trovato la redenzione alla guida dell’Hellas, sarà proprio lui a decidere le sorti del Grifone. Un finale da b-movie, uno scherzo che non fa sorridere nessuno. A poco più di mille chilometri a sud-est, il Lecce ospita al Via del Mare un Parma in assetto balneare (o almeno così sperano i giallorossi). E ha solo un risultato a disposizione: vincere e sperare che il Genoa non faccia altrettanto. Uno scenario che sembrava impossibile solo due settimane fa, quando i rossoblù avevano battuto 2-1 i giallorossi in uno scontro diretto che sembrava aver messo fine alla questione salvezza. Solo che poi il Grifone ha staccato la spina. Tre gol incassati dall’Inter, cinque dal Sassuolo. Senza riuscire a segnarne neanche uno. Così adesso il sogno del Genoa rischia di trasformarsi in un incubo. Ancora una volta. Esattamente come 12 mesi fa.

A novanta minuti dal fischio finale della scorsa stagione, infatti, il Grifone si era ritrovato a fare a sportellate con Empoli, Udinese e Fiorentina per evitare di sprofondare. Una situazione grottesca per una squadra che dopo 10 giornate era undicesima in classifica con 8 punti di vantaggio sulla terzultima. Il declino, però, era iniziato a fine settembre, quando Preziosi aveva deciso di esonerare Davide Ballardini, l’allenatore che in 7 giornate aveva messo insieme 12 punti (1,7 a partita, una media da Europa League). “Non ho convinto il presidente? – aveva detto Ballardini in un dopo partita – Io penso di essere un bell’uomo, magari lui è invidioso di questo. Devo avere delle idee e tradurle in settimana. Per il resto non so”. Preziosi non aveva riso alla battuta e aveva deciso di esonerare il suo allenatore. Ma solo dopo aver detto che Ballardini era “scarso” e “non sapeva mettere in campo la squadra”.

Così al suo posto era arrivato proprio Juric. In 7 giornate il tecnico aveva raggranellato appena 3 punti (con una media di 0,42 a match, esattamente quella del Chievo ultimo in classifica). Bisognava trovare una soluzione. Come? Cambiando, ovviamente. Così era arrivato Prandelli, che aveva preso il posto di Juric, che era subentrato a Ballardini. L’ex ct della Nazionale aveva portato a termine la missione salvezza con una media di 0,95 punti a match. Poco più della metà di quanto raccolto da Ballardini. Il vero cortocircuito della stagione, però, era scattato a gennaio, con il calciomercato invernale. Con Piatek ceduto al Milan, il Genoa aveva deciso di puntare su Antonio Sanabria. Professione: attaccante. Segni particolari: 31 gol segnati in 6 stagioni, solo una volta in doppia cifra (tre anni prima con lo Sporting Gijón, 11 reti all’attivo). Un rinforzino che non era riuscito a bilanciare la partenza del polacco. E infatti dopo 3 gol in 4 partite si era inceppato. E particolarmente stravagante era sembrato l’acquisto per 16,5 milioni di Stefano Sturaro, zero presenze in sei mesi allo Sporting Lisbona e una montagna di problemi fisici alle spalle), oltre agli arrivi di Lerager, Radovanovic e Pezzella. Un’annata horror diventata il compendio degli errori da evitare, delle scelte da non ripetere in futuro.

Questa, infatti, doveva essere la stagione del “progetto”, dall’addio al player trading compulsivo, dell’allenatore che arrivava per restare. E invece si è rivelata l’ennesima annata in cui il Genoa di Preziosi ha fatto il Genoa di Preziosi. Progetto tecnico cervellotico, bulimia di nuovi acquisti, allenatori defenestrati. In estate la squadra viene affidata ad Aurelio Andreazzoli, uno che non era riuscito a salvare l’Empoli ma che aveva predicato un calcio propositivo (anche se non qualitativamente ai livelli di Sarri e Gianpaolo). Il calciomercato porta in rossoblù (fra i tanti) AndreaPinamonti, uno dei giovani più promettenti in circolazione, Riccardo Saponara e Lasse Schöne, reduce dalla cavalcata in Champions League con l’Ajax. Scelte oculate che trasformano il Genoa in una squadra più che interessante. Andreazzoli disegna un 3-5-2 con Lerager incontrista e Schöne e Radovanovic a cucire il gioco, mentre in avanti il tandem offensivo è composto da Kouame – Pinamonti. Anche l’avvio di campionato è positivo.

ll’esordio il Grifone pareggia 3-3 in casa della Roma, mostrando una fase difensiva traballante ma una buona incisività dalla cintola in su. Nella seconda giornata arriva il successo casalingo (2-1 grazie alle reti di Kouame e Zapata) su una Fiorentina ancora frastornata dall’arrivo di Rocco Commisso e dalla vicenda Chiesa. Sembra l’inizio di una stagione a tinte brillanti, invece il rossoblù comincia a infeltrirsi quasi subito. La terza giornata è un flipper. L’Atalanta passa in vantaggio grazie a un rigore di Muriel, Criscito pareggia al 91’ (sempre su rigore), poi al 95’ ecco il gol vittoria di Zapata. Duvan, però. La Dea vince 1-2 e qualcosa nel Genoa va in frantumi. Fra la sesta e l’ottava perde sempre, incassando 4 gol dalla Lazio e 5 dal Parma. È troppo. Preziosi licenzia Andreazzoli e chiama in panchina Thiago Motta.

L’idea di calcio dell’ex centrocampista è chiara: “Sono per una filosofia offensiva, d’attacco. Una squadra corta, che imponga il gioco, pressi alta, sappia muoversi insieme, con e senza palla, affinché ogni giocatore abbia sempre tre o quattro soluzioni e un paio di compagni vicino pronti ad aiutarlo”. Il problema, però, è un altro. L’ex centrocampista non ha mai allenato a grandi livelli e deve ricomporre una squadra andata in frantumi. Il suo arrivo è salutato dall’ironia per una frase rilasciata in un’intervista alla Gazzetta. “Per me la squadra si può leggere anche partendo dalla fascia destra arrivando alla sinistra: che ne dice se giochiamo con il 2-7-2?”. Parole che vengono prima tagliate e poi derise. Motta fa fluttuare la squadra fra il 4-3-3, il 4-2-3-1, il 4-1-4-1, il 3-5-2 e il 3-4-2-1. Ma i pezzi del puzzle non vanno a posto. In 9 partite guadagna appena 6 punti. Una miseria. Il Genoa è ultimo in classifica. Così si cambia ancora.

Addio Motta, benvenuto Davide Nicola. Il nuovo allenatore ripristina il 3-5-2, che da luglio viene alternato al 4-4-2. Ma sono i calciatori a tradire le aspettative. A novembre, dopo aver segnato 5 gol e servito 3 assist, Kouame si rompe il crociato. Pinamonti si è rivelato molto meno letale del previsto (5 reti, 1 assist e appena 15 occasioni create). Schöne è la copia sbiadita del giocatore visto all’Ajax. A gennaio il mercato è di nuovo protagonista. Kouame viene venduto, da rotto, alla Fiorentina. Per rinforzare un attacco anemico arrivano Iago Falqué (2 reti in 10 presenze) e Mattia Destro (il suo ultimo gol in A risale al maggio del 2019) e mentre la situazione comincia a essere drammatica, ecco che arriva anche un cambio in porta: via Radu, prototipo del portiere moderno e designato erede di Handanovic all’Inter, ed ecco Mattia Perin, estremo difensore vecchio stile che alla Juventus aveva giocato appena 9 partite in due anni. Una rivoluzione formato mini che non ha portato i risultati sperati. Perché per non affogare il Genoa si è dovuto aggrappare a Pandev, 37 anni e 9 reti segnate in stagione. Un po’ poco per guardare con fiducia al futuro prossimo. Stasera il Genoa può solo vincere. Perché mai come quest’anno la possibilità di retrocedere è concreta.

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