Forse la comunità arcobaleno anagraficamente più giovane non ricorda. Forse quella più distratta ha già dimenticato. Parlo dei DiCo: uno dei primi atti di nascita del futuro Partito democratico. Provvedimento nato dalla mente di Rosy Bindi, in tandem con Barbara Pollastrini, Ds. Le due anime riformiste del paese, cattolicesimo sociale e socialdemocrazia, producevano uno sforzo di sintesi. Sintesi più vicina ad un’amputazione. Dei diritti e della dignità della comunità arcobaleno.

Ora che la legge Zan è stata licenziata in Commissione Giustizia, sarà utile fare il punto sul pregresso. La tendenza a ridurre spazi di dignità è rimasta ben viva nel Pd. La recente mediazione sull’emendamento Costa è inscritta in quel Dna. I DiCo riuscivano nella mirabolante impresa di definire una serie di diritti per gay e lesbiche, non riconoscendone le coppie. E i diritti concessi? Una specie di raccolta a punti: più dimostravi stabilità affettiva, maggiori erano le poche garanzie a cui si poteva accedere. L’eredità (parziale per di più) arrivava dopo molti anni di convivenza. Pensioni? Non previste.

Nel dibattito di allora, i DiCo furono salutati come accettabili. Di certo perfettibili, ma buoni nella sostanza. Guai a criticarli: passavi de jure nella schiera di chi voleva “tutto e subito”. Le critiche maggiori arrivavano anche dai gay interni ai partiti, Ds e Margherita indistintamente. A nulla valeva ricordare che il discrimine, foriero di ogni discriminazione, era tra un po’ più d’uguaglianza e il “poco e quanto più tardi possibile”. L’alternativa richiesta, infatti, erano i PaCS: pseudo-unioni civili in tono minore. Ma, onore al merito, riconoscevano le coppie. Ciò che passava il convento – non è un modo di dire – erano diritti individuali. Per fortuna il progetto fallì.

Le unioni civili sono, infatti, di gran lunga molto più avanti dei DiCo. Ma non del tutto adeguate per una comunità che chiedeva di uscire dallo stato di minorità. Eppure, esse nacquero e si consumarono in quel perimetro. Eravamo alle solite: in un mondo che galoppa verso il matrimonio egualitario e il riconoscimento della genitorialità, la sintesi tra ex comunisti e pur sempre cattolici concedeva una legge amputata di alcune componenti significative. Soprattutto sul piano simbolico: la proiezione di sé verso il futuro. Stepchild adoption, nello specifico.

Per una curiosa coincidenza, ai tempi dei DiCo proprio Rosy Bindi dichiarò che il desiderio di genitorialità i gay se lo dovevano scordare: per non creare disadattati in laboratorio. Le unioni civili quel capitolo lo eliminarono. Si promisero battaglie su adozioni e matrimonio. Mai pervenute. Un trionfante Angelino Alfano, allora vicepremier, dichiarò che si era evitata una rivoluzione antropologica contro-natura. Contro-natura, disadattati: queste le parole per definire i bimbi e le bimbe arcobaleno.

Il link tra negazione della genitorialità e diritti civili è tornato, nel 2019, con la legge regionale emiliana contro l’omo-transfobia. Con la solita demonizzazione della gestazione per altri. E le famiglie arcobaleno, ancora una volta, umiliate. Anche allora arrivarono diverse critiche. Anche allora rimandate indietro da gay vicini ai partiti.

Franco Grillini, salutando con favore l’approvazione della legge, parlò di “sconfittismo lamentoso, di cui taluni nella collettività Lgbti danno prova sempre, comunque e in relazione a qualsivoglia vicenda […] pernicioso perché non consente di vedere i passi in avanti, che la comunità ha fatto e continua fortunatamente a fare”. Guai ad avere uno sguardo critico, insomma. Come ai tempi dei DiCo.

E pazienza se lasci fuori pezzi di comunità. O la ferisci. Mi chiedo se accadrà lo stesso nelle prossime settimane. Se il testo del ddl Zan dovesse peggiorare – e non è peregrino pensarlo – con quali parole si taccerà chi vuole quanta più eguaglianza possibile?

Arriviamo ad oggi. Ho usato sin qui tre parole chiave: riduzione, amputazione, dignità. Molto spesso negata. Perché ogni passo in avanti ne ha contenuti altri di senso opposto, per rassicurare cattolici e/o omofobi. Adesso, persone ben più attente di me al mutamento politico – parlo di Simone Alliva e Sara Dellabella in un loro recente articolo su l’Espresso – fanno notare due fatti, apparentemente lontani tra loro.

Uno: le manovre di avvicinamento tra renziani e Fi. Lo scopo è quello di creare un polo riformista – che poi, non era anche la finalità del Pd? – con i liberali dei vari schieramenti. Anche questa fusione nasce sulla scia di una legge che dovrebbe riguardare le persone Lgbt+: il ddl Zan. Scrivono Alliva e Dellabella: “Italia Viva sta prendendo le misure per una possibile alleanza con Forza Italia […] Lucia Annibali, la renziana che cerca di far da ponte con i forzisti, ha cercato più volte di prendere tempo”. E nota, ancora: “I due partiti stanno convergendo sulla necessità di asciugare il testo”.

L’emendamento Costa è storia tristemente nota. Quelle poche righe non snaturano il testo, ma a livello simbolico (siamo sempre lì) si manda un messaggio chiarissimo a chi vuol mantenere lo stato di minorità. La sintesi l’ha fatta Franco Buffoni, che su Facebook scrive: “Perché dovrebbe essere tutelato il diritto di alcuni ad offendermi – negandomi legittimità e dignità – e non il mio diritto a non essere offeso?”. Solita strategia della riduzione, che diviene amputazione. Della dignità. Le tre parole chiave tornano tutte.

Due: mentre si consumava la mediazione sull’emendamento salva-idee, Mara Carfagna tuonava contro l’“utero in affitto” – in non neanderthaliano: Gpa – chiedendo di renderlo reato. Unica pratica (l’adozione non c’è) che permette ai gay italiani di divenir padri. Di nuovo, si attacca un certo tipo di genitorialità. E chi la vive. In un momento di convergenza tra riformisti. In un momento in cui si discute di una legge per le persone Lgbt+, agitando i soliti fantasmi. Al solito: manovre di partito sulla nostra pelle. Sentite anche voi quel meraviglioso profumo di déjà vu?

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