L’ultimo maxi-sequestro risale a poco più di un mese fa. Il container con 2.500 pannelli solari è stato bloccato al porto di Genova prima che partisse per il Burkina Faso. Spacciati per moduli usati da reimpiegare nel mercato secondario africano, in realtà si trattava di rifiuti. Apparecchi dismessi da parchi solari della Penisola che avrebbero finito la propria corsa in quei paesi dell’Africa Occidentale che nell’ultimo decennio sono già diventati cimitero globale dell’immondizia elettronica di ogni genere.

Quello dei pannelli è un traffico ancora di nicchia in un mercato criminale che alimenta da sempre grandi appetiti. Ma che comincia a destare preoccupazioni tra addetti ai lavori e forze dell’ordine. Soprattutto per le sue implicazioni future. Le indagini si moltiplicano in tutt’Italia e ora anche la commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti sta mettendo nel mirino le debolezze di un sistema che nei prossimi trent’anni dovrà trovare il modo di smaltire 2 milioni di tonnellate di pannelli. Mentre, come sottolinea a IlFattoQuotidiano.it il presidente della stessa commissione Stefano Vignaroli, “il Comitato di vigilanza e controllo sulla gestione dei RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) presso il ministero dell’Ambiente da mesi non viene istituito e quello di indirizzo da tempo non esiste: in questo modo si lasciano gli operatori senza un punto di riferimento importante per lavorare in maniera corretta”.

Da Genova all’Africa Occidentale: le rotte dei traffici di pannelli – Se i traffici illeciti fanno paura per il futuro, già oggi si affacciano all’orizzonte. A fare da cartina tornasole è l’intensificarsi delle operazioni di polizia. Dall’inizio dell’anno i Carabinieri del Noe e l’Agenzia delle Dogane hanno messo a segno importanti sequestri nei porti Italiani, e principalmente nello scalo di Genova. A maggio oltre mille pannelli provenienti da un’azienda del padovano sono stati bloccati nello scalo prima che fossero spediti in Burkina Faso. A fine settembre nel corso di un’ispezione i carabinieri hanno nuovamente scovato un container con circa 2.500 pannelli solari. Tutti provenienti da grossi impianti presenti lungo la Penisola e diretti verso l’Africa Occidentale.

Dietro questi traffici non ci sarebbe un grande organizzazione, ma cellule distinte unite da un comune modus operandi: ritirano stock di pannelli dismessi offrendo un’alternativa economica ai canali leciti; e dopo averli raccolti in capannoni del Nord Italia, tentano di esportarli, dichiarandoli come usati, invece che come rifiuti. Un semplice trucco che nel flusso ininterrotto di container che transitano dai porti italiani può bastare per eludere i controlli doganali. Come confermato nel corso di un’audizione davanti alla commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti dal generale Angelo Agovino, ex comandante dell’unità forestali ambientali e agroalimentare dei Carabinieri e oggi ai vertici dell’Aise, il servizio segreto esterno.

L’Africa è una realtà attrattiva per i pannelli usati perché possono essere utilizzati per produrre energia senza avere un aggancio alla rete elettrica pubblica. Impianti indipendenti da poche decine di watt gestiti da privati che sono in grado di fornire aree che altrimenti rimarrebbero senza corrente. “Negli anni – spiega Fabrizio Longoni, presidente del Centro di coordinamento RAEE, al Fatto – si è creato un mercato sano attorno all’export di pannelli con tali scopi, perché pure se a bassa performance hanno un costo molto basso e possono comunque essere utilizzati: in questo caso è vera economia circolare. Tuttavia il flusso di pannelli nei prossimi anni sarà in continuo aumento e dovrà essere gestito in maniera corretta per evitare che si mascherino esportazioni di prodotti usati con rifiuti”.

Come entrano i rifiuti elettronici illegali in Africa – Lagos in Nigeria è storicamente la porta d’ingresso dei traffici di RAEE nel continente africano. Attraverso il porto della metropoli passano ogni anno 60mila tonnellate di rifiuti elettronici, di cui il 77 per cento provenienti dall’Unione Europea. A raccontarlo è uno studio delle Nazioni Unite del 2018, che è arrivato a formulare delle stime in base a bolle di accompagnamento e ispezioni sul campo. Quanto scoperto dai ricercatori dell’Onu potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Come loro stessi hanno denunciato, infatti, i controlli dei container in arrivo sono limitati e per chi gestisce i traffici illegali le conseguenze sono praticamente nulle.

“L’applicazione della legge è uno dei problemi maggiori,” spiega Olusegun Odeyinbgo, co-autore dello studio. “In tutti i casi in cui abbiamo trovato spedizioni contenenti rifiuti elettronici, gli enti responsabili non hanno preso nessun provvedimento. Non hanno né scritto un verbale né intrapreso azioni legali nei confronti dei soggetti coinvolti.”

A vigiliare sull’import di rifiuti elettronici dovrebbe essere Nesrea, l’agenzia ambientale del governo federale nigeriano. Ma le risorse inadeguate, insieme all’ampio mandato, non rendono l’operato dell’ente particolarmente incisivo. Negli ultimi due anni Nesrea ha ispezionato solamente 150 container tra i milioni di essi transitati nel porto di Lagos. Ancora più sorprendentemente l’agenzia ha rivelato di non aver intrapreso alcun procedimento penale nello stesso periodo. In un unico caso, dicono dall’agenzia, “tre container con all’interno rifiuti elettronici sono stati bloccati e rispediti al paese d’origine”.

I numeri del fotovoltaico in Italia: 2,1 milioni di tonnellate di pannelli solari da smaltire nel 2050 – Con una durata media di 25 anni, i pannelli che hanno già raggiunto il fine vita sono pochi: circa 1.000 tonnellate di rifiuti fotovoltaici sono stati smaltiti in Italia nel 2018. Ma uno studio dell’Irena, l’agenzia internazionale per l’energia rinnovabile, prevede che per il 2050 dovremo trovare il modo di disfarci di 2,1 milioni di tonnellate di rifiuti fotovoltaici. Una montagna di vetro, plastica e silicio, che se trattata correttamente può diventare una risorsa. Ma che, altrimenti, rischia di diventare una bomba ecologica.

Da noi, come per il resto dell’Unione europea, i moduli fotovoltaici a fine vita rientrano nella categoria dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, i cosiddetti RAEE. Entrata in vigore nel 2014, la normativa prevede processi di smaltimenti diversi in base al tipo di utilizzatore e all’anno di installazione.

Per gli impianti domestici sotto i 10 kiloWatt, il privato cittadino non deve far altro che conferire i moduli presso l’isola ecologica comunale. La faccenda, invece, si complica parecchio per gli utilizzatori professionali. Qui a fare da discriminante sono i programmi di sussidi statali amministrati dal Gestore Servizi Energetici (GSE), la società del Ministero dell’Economia e Finanze che si occupa di energie rinnovabili.

Per i moduli acquistati con i primi tre Conti Energia, ai gestori degli impianti viene trattenuta una quota degli incentivi in forma cauzionale. Somma che verrà poi restituita una volta che si dimostra il corretto smaltimento dei pannelli. La procedura cambia radicalmente per i pannelli acquistati dopo il 2011 con gli ultimi due Conti Energia. In questo caso, l’onere dello smaltimento ricade sui produttori che si sono riuniti in consorzi certificati dal GSE. Per garantire la completa gestione del fine vita la normativa prevede l’istituzione di trust, strumenti finanziari in cui vincolare i fondi necessari.

Ed è proprio qui che emergono le criticità sul lungo periodo, secondo alcuni addetti ai lavori del settore. La quota minima fissata per lo smaltimento è di un euro a pannello, ed è ciò che i produttori al momento stanno versando al fondo. Una cifra ben diversa rispetto al costo attuale di riciclo fissato a circa 10 euro. “Sono preoccupato per il destino di questi pannelli che andranno a smaltimento fra 20-30 anni – conclude Longoni – potrebbero non esserci le risorse necessarie per procedere allo smaltimento stesso e potremmo trovarci di fronte a soggetti che approfitteranno di canali alternativi per agire nell’illegalità”.

Un timore condiviso dallo stesso Vignaroli: “L’Italia è un campione delle energie rinnovabili, ma, l’altra faccia della medaglia – conclude il deputato M5S e presidente della commissione rifiuti – ha a che fare con i grossi volumi di rifiuti derivanti dai parchi solari giunti a fine vita che ci troveremo a gestire”.

Di Matteo Civillini e Luca Rinaldi (Investigative Reporting Project Italy)

*Kolawole Talabi ha collaborato alla produzione di questo articolo. La ricerca è stata parzialmente finanziata dal grant ‘Money Trail Project’ (www.money-trail.org).

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Venezia, anche la finanza è in allarme per il clima. E la partita per la svolta green è ancora aperta

prev
Articolo Successivo

Venezia e Taranto si possono salvare solo in un modo. Peccato che oggi si parli di tutt’altro

next