Leggo ora sul giornale che l’ambasciatore d’Italia in Egitto “ha effettuato, anche di recente, numerosissime azioni di sensibilizzazione presso le competenti istanze egiziane, sollecitando il rilascio di Patrick Zaki per motivi umanitari e di salute”. E nonostante questo sforzo titanico Patrick Zaki si carica sulle spalle altri 45 giorni di galera.

Ci sarebbe da chiedere all’ambasciatore italiano di interessarsi un po’ meno di questioni umanitarie, se il risultato delle sue splendide fatiche consiste nel cambiare la politica egiziana quanto potrei io se non comprassi i datteri a Natale.

Una bella immagine che abbiamo imparato a conoscere ritrae Regeni e Zaki. Due studenti e lavoratori. Due veri cittadini del mondo che il nostro paese sta abbandonando. Il primo è stato rapito, torturato e ucciso. Il secondo (che ha studiato da noi e tornerebbe volentieri nel nostro paese) facciamo ancora in tempo a salvarlo. Ma la pressione spregiudicata della realpolitik lo sta impedendo con ogni mezzo.

Persino la stampa di pregio si scomoda. Ernesto Galli della Loggia ce lo dice chiaramente: “Non siamo in grado di ottenere giustizia per la sua morte atroce” scrive parlando di Giulio, perciò dobbiamo “far prevalere la ragion di Stato”. E l’unica cosa che possiamo fare è dedicargli “una via o una piazza in tutti i comuni della Penisola”.

Saranno orgogliosi i suoi genitori che il figlio morto sia diventato un’area pedonale, un cavalcavia o una rotonda. E saranno contenti anche tutti quelli che ancora credono di vivere in un paese democratico che si fa in quattro per i diritti e le libertà nel sapere che in Egitto “Eni possa continuare non solo ad estrarre […] l’ingentissima quantità d’idrocarburi e di gas che estrae ogni anno (rispettivamente 129 milioni di barili e 15 miliardi e mezzo di metri cubi), ma anche continuare a svolgere ricerche ancora più promettenti nel Delta del Nilo e altrove”.

E dunque fa bene Luigi Di Maio, ministro degli Esteri (vale la pena ricordarlo), quando sostiene che l’ambasciatore italiano sta bene dove sta. I genitori di Giulio continuano da mesi a chiedere informazioni al nostro diplomatico sul Nilo, ma lui non risponde. Evidentemente è preso dalle “numerosissime azioni di sensibilizzazione”… e non può rispondere agli avvocati dei Regeni. Avvocati che nel frattempo finiscono nelle galere egiziane. Uno splendido quadretto dell’italietta.

Un governo Pd-5S che non riesce a scrollarsi di dosso le magagne del precedente 5S-Lega e rifinanzia l’aiuto ai libici senza cancellare i decreti di Salvini e, quando ci capita l’opportunità di rialzare la testa per difendere almeno qualche brandello di verità e giustizia, ci nascondiamo dietro un pragmatismo politico senza scrupoli. In fondo gli egiziani ci comprano le armi. E non solo un paio di barche, ma “la più grande commessa di armi ottenuta dall’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale e la più importante mai conclusa dall’Egitto”. Qualcosa come 10 miliardi di euro, ci ricorda Catherine Cornet su Internazionale.

Non per caso i torturatori ci hanno fatto ritrovare il corpo di Giulio proprio mentre arrivava in Egitto il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi con un centinaio di imprenditori.

Qualcuno sperava che il Covid con i suoi drammi e le sue sofferenze ci avrebbe reso migliori. E invece ci stiamo comportando coi vivi proprio come ci siamo comportati con i cadaveri dei nostri defunti. Lasciamo che qualcuno se li porti via, convincendoci che non possiamo salutarli nemmeno da lontano e andiamo a fare la spesa distanziati appena un metro dagli altri clienti.

Ne usciamo così, lavandocene le mani. Possibilmente con un sapone disinfettante.

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