Giornate decisive per il tentativo di Intesa Sanpaolo di conquistare Ubi Banca, rispettivamente primo e quarto gruppo bancario italiano. Martedì 28 luglio scade infatti l’Offerta pubblica di acquisto e scambio, annunciata lo scorso 14 febbraio e partita il 6 luglio. Ieri il Consigli di amministrazione di Ubi ha nuovamente rigettato la proposta. “La fiducia non si compra” scrive Banca Ubi su giornali e cartelloni pubblicitari. Sarò vero o più semplicemente tutto ha un prezzo? Secondo il Cda di UBI perché l’offerta venga ritenuta soddisfacente mancherebbero all’appello altri 500 milioni di euro. Le adesioni tra gli azionisti intanto sono però salite al 26,4% del capitale della banca guidata da Victor Massiah. E accelerano. Solo nell’ultimo giorno è stato apportato oltre il 9% del capitale di Ubi, il dato più alto dall’avvio dell’operazione. Intesa deve raccogliere almeno il 50% più un’azione. Alcune proiezione darebbero Intesa Sanpaolo vicina al 60%. Tra chi ha già detto si ad Intesa Sanpaolo ci sono le Fondazioni crc che di Ubi controllano il 5,9%, Fondazione Banca del Monte di Lombardia (3,9%), Cattolica (1%), Patto dei mille (1,6%) e una buona fetta dei soci bresciani. Molte le azioni che, in vista della scadenza, stanno passando di mano sul mercato.

IL RILANCIO – Inizialmente l’offerta prevedeva la possibilità di scambiare 10 azioni di Ubi con 17 azioni di Intesa Sanpaolo. La settimana scorsa il rilancio di Intesa Sanpaolo per provare a vincere le resistenze dei soci UBI: 57 centesimi di euro cash in più per ogni azione Ubi. Rispetto ai valori dei titoli Ubi, prima dell’annuncio dell’operazione, si tratta di un premio per gli azionisti del 44%.

QUANTO PAGA INTESA SANPAOLO – In sostanza Intesa Sanpaolo mette sul piatto circa 5,5 miliardi di euro, per comprare una banca che vale attualmente in borsa 4,4 miliardi. Un affare per gli azionisti UBI. Ma si stratta di un affare anche per Intesa Sanpaolo. Perché? Ubi banca ha un patrimonio netto (ossia risorse proprie conferite dai soci) di 9,5 miliardi. Non è insolito che una banca capitalizzi meno del suo patrimonio. Negli ultimi anni è anzi diventata la regola. Gli investitori suppongono infatti che queste risorse verranno presto o tardi intaccate per coprire perdite realizzate sui prestiti o di altra natura. Anche perché i ricavi, in epoca di tassi a zero o negativi, soffrono. Se riuscirà a conquistare Ubi, Intesa Sanpaolo dovrà cedere almeno 500 filiali e alcune partecipazioni assicurative (ci sono già accordi con Bper e Unipol) nel rispetto delle regole antitrust) con una “dote” di circa 1,5 miliardi. Rimangono quindi 2,5 miliardi. Intesa Sanpaolo scrive che queste risorse verranno utilizzate come risorse patrimoniali aggiuntive in vista di possibili svalutazioni future, oltre che per gestire i costi dell’integrazione tra i due istituti. Un report di Ambromobiliare fa notare come in base alle nuove regole contabili entrate in vigore a inizio 2020, questi 2,5 miliardi potrebbero venire messi a bilancio anche nella voce ricavi e, a cascata, trasformarsi in utili. Intesa sceglierà un’altra strada, non facendo transitare questi soldi dal conto economico, ricevendo tuttavia un beneficio sui costi dell’operazione. Il costo effettivo dell’operazione non sarebbe più quindi di 5,5 mld ma di circa 3 mld. Oltre naturalmente ai vantaggi di accrescere la quota di mercato soprattutto nelle regioni del Nord e di avere un concorrente in meno.

VIA AL RISIKO – L’operazione di Intesa Sanpaolo è insolita per il panorama italiano dove le unioni tra banche sono sempre avvenute in maniera non ostile. Ovvero con l’accordo di entrambi i protagonisti, mentre in questo caso Ubi, per ora, resiste. Certo è che l’offerta ha dato il via ad una serie di speculazioni sui possibili futuri protagonisti di simili operazioni di consolidamento. Per ora i riflettori hanno illuminato soprattutto BancoBPM, protagonista di forti rialzi in borsa poiché ritenuta possibile prossima preda.

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