La scelta di affidare la mappatura sierologica dei positivi al Covid in Lombardia “in esclusiva” al test frutto della collaborazione tra San Matteo di Pavia e Diasorin “è confermata” da “esplicite diffide” partite dall’assessorato Regionale alla sanità e dalle Ats e destinate agli “enti pubblici che avevano deliberato di farvi ricorso“. C’è anche la politica nelle carte dell’inchiesta sull’accordo tra l’ospedale e la società piemontese per i test sierologici che ne vede indagati i vertici. Oltre al filone sull’affidamento diretto a Diasorin, i pm puntano a “fare luce sui legami politici che possono avere influito sulla scelta del contraente”. Una storia ancora tutta da scrivere e che riguarda la guerra commerciale scoppiata in Lombardia durante la pandemia per le commesse milionarie sui kit capaci di individuare gli anticorpi del Covid 19 e che ha già scatenato una battaglia in sede giudiziaria amministrativa con il Tar della Lombardia che aveva dichiarato nulla l’accordo e con il Consiglio di Stato che invece ha annullato quel verdetto.

“Atteggiamenti ostruzionistici da esponenti della Lega” – Ma il tema, anzi il filone ora è un altro e ha un taglio da codice penale. Questo perché agli atti dell’inchiesta ci sono le testimonianze di chi, in piena emergenza, aveva cercato sul territorio di dotarsi di strumenti adatti al monitoraggio e tracciamento, ma che hanno trovato di fronte a loro una specie di muro. “I sindaci dei comuni di Robbio e Cisliano”, si legge nel decreto di perquisizione della Procura, “hanno riferito di atteggiamenti a dir poco ostruzionistici nei loro confronti da parte di esponenti politici regionali della Lega Nord“. Un nome non nuovo quello del primo cittadino di Cisliano – un comune di quasi 5mila abitanti della città metropolitana di Milano – che mesi fa lanciò un’iniziativa per monitorare in modo autonomo la diffusione del coronavirus sul suo territorio grazie ai test sierologici di Onilab. Il giorno precedente all’avvio dello screening, l’Ats aveva richiesto di sospendere i prelievi del sangue perché, a suo parere, non c’erano “i presupposti per tutelare la salute pubblica”. Come testimoniato da diverse inchieste giornalistiche, casi simili si sono verificati a Robbio e in altre città della Regione, intenzionata però a gestire a livello centrale l’affare dei test e i relativi fornitori.

Il “conflitto di interessi” del professor Baldanti – Il 15 marzo, con decreto 3353, al Pirellone viene infatti istituito un “Tavolo tecnico-scientifico” con il compito di sviluppare un “approccio diagnostico omogeneo su base regionale per la diagnostica e testing in vitro per la ricerca del Covid 19″. In sostanza la Regione vuole evitare che sindaci, ospedali e Ats si muovano in ordine sparso per decidere a quale test affidarsi. Fra i membri del nuovo comitato c’è il professor Fausto Baldanti, già componente del Gruppo di lavoro del Consiglio superiore di sanità e soprattutto Responsabile del laboratorio di virologia molecolare del San Matteo che sta lavorando fianco a fianco con Diasorin. I pm di Pavia, come anticipato da uno scoop de Il Fatto Quotidiano, rilevano un “evidente conflitto di interessi” a suo carico, dal momento che alla fine il Pirellone decide di affidarsi a Diasorin-San Matteo per la fornitura di 500mila test sierologici (una commessa dal valore di 2 milioni di euro). Ma c’è anche dell’altro. Optando per la società piemontese, si legge nel decreto di perquisizione, “veniva escluso il ricorso a diverse metodologie per la rilevazione di anticorpi, quali i testi rapidi (c.d. “pungidito”)”, sulla base di articoli “pubblicati dallo stesso prof. Baldanti su riviste scientifiche”. Baldanti si era dimesso il giorno dopo.

La pista dei legami politici che porta a Gerenzano (Varese) – Resta da capire se ci siano eventuali “legami politici” alla base decisione della Lombardia di affidarsi esclusivamente a Diasorin (almeno in un primo momento). La prima pista ipotizzata dai pm porta all’Insubrias Biopark situato nel comune di Gerenzano, in provincia di Varese. Qui hanno alcuni uffici sia la Diasorin Spa, sia la Fondazione Istituto Insubrico, il cui direttore generale è Andrea Gambini, “già commissario della Lega varesina e Presidente della Fondazione Irccs Carlo Besta”. La Fondazione nellultime tre annualità ha emesso tre fatture. 348.662,32, 282.263,30 e 85.080,52 per il 2018, 2019 e 2020. Questo porta far sostenere ai pm di Pavia che, essendo il volume d’affari della stessa Fondazione pari a 1 milione 122mila 987 euro, Diasorin “sia un cliente di primo piano per la Fondazione“.

Gambini è anche presidente del Cda di Servire srl, un’azienda che a sua volta si occupa di manutenzione di attrezzature e “macchinari per la ricerca biotecnologica” (il cui socio unico è la stessa Fondazione Istituto Insubrico). Gli accertamenti eseguiti dalla polizia giudiziaria, si legge nelle carte, “hanno evidenziato stretti rapporti commerciali” di Diasorin sia con la Fondazione guidata dall’ex commissario leghista, sia con Servire srl. A dimostrarlo ci sarebbero svariate fatture emesse a partire dal 2018 da entrambe le società, “già prima dello scoppio dell’emergenza Covid”. Nell’anno d’imposta 2018, ad esempio, Servire srl “ha dichiarato un volume d’affari” complessivo pari a 1 milione e 377mila euro. Rapportato all’imponibile delle fatture emesse verso Diasorin nel 2019 pari a 1 milione e 187mila euro, aggiungono i pm, si “conferma un ancor più stretto rapporto con la società di diagnostica”. Sicuramente la Diasorin appare ai detective delle Fiamme gialle “un cliente di primo piano della Fondazione”. Da qui la necessità di “acquisire ulteriore documentazione” per capire “la natura e la reale consistenza delle prestazioni”. I pm citano anche le motivazioni del verdetto del Tar che però è stato ribaltato dal Consiglio di Stato, ma quella però è “soltanto” la partita amministrativa.

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