“Il testo del paragrafo A19 delle conclusioni del Consiglio europeo non incide sui poteri che i Trattati attribuiscono alla Commissione (…) e in particolare sul potere di convalidare e autorizzare l’esborso dei pagamenti“. Sta in queste poche righe di parere del Servizio giuridico del Consiglio – ottenuto dalla delegazione italiana nell’ultima notte di trattative – l’assicurazione che il “freno di emergenza” sui piani di ripresa nazionali caro a Mark Rutte è più forma che sostanza. Il leader dei frugali ha ottenuto un premio di consolazione spendibile in patria alle prossime elezioni, che non avrà però alcun impatto sull’arrivo a Roma dei soldi previsti dall’accordo tra i Ventisette sul Recovery fund.

Il breve documento, che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare, chiarisce in modo univoco come va interpretato il punto relativo all’approvazione dei piani nazionali di ripresa. Durante i quattro giorni di trattativa, il leader dei frugali ha chiesto come è noto che un singolo Paese potesse opporre il veto al versamento degli aiuti ad un altro Stato, se insoddisfatto di come vengono attuate le riforme previste. La formulazione finale lo esclude, pur prevedendo che la questione possa essere portata all’attenzione del Consiglio in cui siedono i capi di Stato.

“Questa possibilità è una carezza elettorale a Rutte, che potrà andare alle urne a marzo 2021 rivendicandolo come un successo, e torna utile ad Angela Merkel in vista del voto di ratifica a Bundestag“, commenta Carlo Altomonte, docente di Politica economica europea alla Bocconi. “Ma nella sostanza il pallino resta alla Commissione, perché l’Italia ha fatto inserire una frase finale in base alla quale tutto l’iter dovrà essere in linea con l’articolo 17 del Trattato sull’Unione e l’articolo 317 del Trattato sul funzionamento dell’Unione”. Che attribuiscono all’esecutivo comunitario il potere di “eseguire il budget e gestire i programmi” nonché “implementare il budget rispettando i principi di una sana gestione fiscale”. Insomma: è escluso che si possa arrivare ad un voto dei capi di Stato da esprimere all’unanimità.

Nella versione finale, dunque, l’iter sarà il seguente. I piani di rilancio presentati dagli Stati membri (il ministro Roberto Gualtieri ha confermato che quello italiano sarà inviato entro ottobre) saranno valutati entro due mesi proprio dall’esecutivo europeo e su quella base approvati dal Consiglio dell’Ue, a maggioranza qualificata. La valutazione sul rispetto degli “stati di avanzamento” previsti – a cui sono subordinati i versamenti – sarà affidata al Comitato economico e finanziario, gli sherpa dei ministri delle Finanze. Se poi “in via eccezionale” un Paese riterrà di scorgere “serie deviazioni dal rispetto della tabella di marcia e degli obiettivi”, potrà chiedere a Charles Michel di sottoporre la questione al Consiglio europeo. Che però non potrà fare nulla di concreto, se non “discutere in maniera esaustiva” il problema. “Di fatto il passaggio in Consiglio europeo potrà solo ritardare di tre mesi l’approvazione, e in casi eccezionali”, sottolinea Giulia Rossolilllo, professore di Diritto dell’Unione europea all‘università di Pavia.

Insomma: Rutte ha perso la partita? “Tutto considerato, aveva ragione chi sospettava che l’Olanda non era mossa da una reale preoccupazione nei confronti degli “spendaccioni del Sud” ma piuttosto dalla volontà di resistere ai tentativi di rendere l’Unione più integrata”, è il giudizio di Francesco Saraceno, vicedirettore dell’Osservatorio sulla congiuntura di Sciences Po a Parigi. “Insomma, ha ereditato il ruolo della Gran Bretagna. Ma, a giudicare dall’esito finale, è stata sconfitta. Perché, al di là delle cifre totali e di quanto va ad ogni Paese, resta intatto l’impianto fondamentale della proposta della Commissione: indebitamento comune e allocazione sulla base dei bisogni macroeconomici. Una oggettiva mutualizzazione della risposta alla crisi”.

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