Secondo un abusato luogo comune le donne non sanno far ridere e, conseguentemente, non hanno il senso dell’umorismo. O meglio, fanno ridere solo se non sono belle (almeno… belle secondo i canoni diffusi e attuali della bellezza, quelli imposti dalle riviste femminili o dalla pubblicità).

Basta andare indietro di un paio di secoli ed ecco altri modelli di bellezza, quella più opulenta del classicismo, senza considerare la rivoluzione espressionista del 900 secondo la quale il concetto di bellezza venne pesantemente messo in discussione. Ma, anche allora, scatenare il riso (ma anche ridere tout court) non era cosa da femmine. E quindi? Ci sono radici lontane? Archetipi difficili da cancellare?

Un recente, interessante saggio a cura di Paola Bono e Anna Maria Crispino con vari contributi di dieci studiose (Le comiche, Iacobelli Editore, 2020) analizza il fenomeno. “Lo stereotipo – scrivono le autrici – che in passato ha avuto sostenitori del calibro di Schopenhauer e Freud, ci appare ormai abbastanza consunto da non doverci impegnare a dimostrarne la falsità […]. L’apertura della bocca al riso assomiglia all’apertura della vulva, toglie grazia alla femminilità, apre la strada al peccato e si configura come gesto pericoloso. Questo si è sostenuto per secoli in civiltà anche diverse e lontane tra di loro”.

Oggi non sempre è così, per fortuna, anche se l’inconscio collettivo pregresso è duro a morire. Pensiamo a tante brave attrici comiche italiane: dalla maestra di tutte, la centenaria Franca Valeri, a Bice Valori ad Ave Ninchi alla fantastica Tina Pica (che divenne negli anni 50 addirittura un riferimento di bruttezza nel lessico comune) o, più recentemente, alla bravissima Anna Marchesini o ad Anna Mazzamauro (mi si consenta una nota personale: io ho sempre trovato la Marchesini spaventosamente sexy…). Nessuna fra loro, comunque, risponde al modello di “bella donna” comunemente accettato. Del resto, chi non ricorda l’immagine delle signorine gozzaniane per bene che, all’atto di sorridere, in pubblico a una battuta o a una circostanza, si ponevano la manina sulla bocca a nascondere la bocca (la vulva).

La situazione comincia (vagamente) a mutare negli anni 70 e la paladina (caso piuttosto isolato nel suo genere, però) di questa piccola rivoluzione è la Monica Vitti post-Antonioni. Lei è brava, fa ridere ed è pure bella. Oggi, come per i maschi, c’è stata una vera e propria débâcle (in linea con i tempi) della comicità: pensiamo a Totò, a Ugo Tognazzi per non retrocedere troppo fino a Chaplin a de Funès a Keaton o a Petrolini, solo per citare i grandi, o alle sopraccitate attrici degli anni 50 e 60, e paragoniamoli al livello rasoterra del ridere televisivo odierno stile Made in Sud che ci perseguita dal 2008.

Certo, oggi abbiamo anche la fantastica Sabina Guzzanti (quando fa la comica e non la politica o, peggio, la regista), Teresa Mannino, Angela Finocchiaro, Paola Cortellesi, Virginia Raffaele, Sabrina Impacciatore (splendida, per me), Luciana Littizzetto ed alcune altre.

Certamente più attraenti delle colleghe comiche degli anni 50 e 60. Tutte attrici fantastiche, ma non rispondenti, salvo rare eccezioni, ai canoni comunemente accettati della bellona sexy. Affascinanti, indubbiamente, le comiche d’oggi, ma solo per chi non sottostia alle normative che regolano la tipologia standard della “bonazza”. Geppi Cucciari e Anna Maria Barbero sono bravissime, ma non “normate” agli stilemi da “bar Sport”.

“E naturalmente c’è il cinema – ricordano ancora Bono e Crispino – con sceneggiatrici e registe come Nora Ephron e i film ispirati a romanzi come Cold Comfort Farm (La fattoria delle magre consolazioni) di Stella Gibbons, Pomodori verdi fritti di Fannie Flagg, Il diario di Bridget Jones di Helen Fielding. Storie di donne fuori dagli schemi, storie di amicizie femminili e di tenera ironia, storie che sanno ridere anche di quel che per secoli è stato insulto e costrizione”.

Ne Le comiche un contributo di Daniela Carpisassi ci porta lontano nel tempo, al “riso archetipico femminile”, per esempio quello “dell’anziana Sara che saluta con gioia la notizia della futura nascita del figlio Isacco” o della risata mortale della Medusa o di Iambe, ancella del re di Eleusi che “fa ridere Demetra con le sue battute volgari” e a tutta una specifica esegesi del rapporto riso-femmina.

Lia Giachero ci ricorda anche “lo sguardo ironico di Virginia Woolf sulla società vittoriana”. Giuliana Misserville ci porta alla mente icone come Greta Garbo, Marlene Dietrich e Katherine Hepburn che vennero punite dal pubblico quando “osarono” interpretare parti maschili, in quanto ciò poteva far pensare a una non gradita indipendenza femminile.

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