Antonietta D’Oria è la prima cittadina del comune di Lizzano, in provincia di Taranto. In queste ore la sindaca è divenuta molto popolare sulla stampa nazionale e sui social network per due fatti degni di nota. In primo luogo, sta girando su moltissime bacheche la condivisione di un suo stato su Facebook in cui parla al parroco della sua città, per una veglia di preghiera organizzata contro la legge Zan, in discussione in Commissione Giustizia alla Camera, in queste settimane.

D’Oria ricorda al sacerdote che ci sono ben altre ragioni per pregare per difendere fedeli e famiglie. Bisognerebbe pregare – ricorda – contro femminicidio, abusi e violenze. E sarebbe più opportuno, scrive ancora, farlo per i morti in fondo al mare, con un chiaro riferimento alla tragedia dei migranti che perdono la vita nel Mediterraneo. Questo stato viaggia, al momento in cui scrivo, oltre le 3.300 condivisioni e viaggia verso le 11mila reaction positive (tra like e cuori). Ma non è questa l’unica ragione per cui è divenuta celebre, nelle ultime ore.

Gira, infatti, un filmato in cui redarguisce una pattuglia di carabinieri che prendevano le generalità di alcuni liberi cittadini – cittadini riuniti di fronte alla chiesa in cui si celebrava la preghiera in questione – ricordando ai militari che l’Italia è un paese democratico dove è legittimo protestare. E quando il carabiniere prova a giustificarsi, dicendo di agire per motivi di pubblica sicurezza, lei lo gela: “E allora identificate prima quelli che stanno dentro. Perché siamo in un paese democratico!”.

Due atti forti e coraggiosi, per almeno due motivi. In primo luogo, siamo abituati a una classe politica pavida e succube del potere ecclesiastico. La legge Zan, che sanziona la misoginia e i crimini d’odio contro le persone Lgbt+, dovrà passare sotto la scure della fase emendamentativa nei prossimi giorni. Non mi stupirei se le proposte più offensive provenissero proprio dal cosiddetto “fuoco amico” di quelle frange del centro-sinistra tradizionalmente ostili alla piena dignità della comunità arcobaleno. Sanguinano ancora, infatti, le ferite sulla legge per le unioni civili e la recente legge regionale contro l’omo-transfobia in Emilia Romagna, provvedimenti approvati tutti sulla pelle delle famiglie arcobaleno.

Antonietta D’Oria ha dimostrato di non aver timore di dire a un sacerdote che una messa contro una legge che tutela le persone Lgbt+ è, in buona sintesi, una messa contro quelle stesse persone. Traducendo in termini ancora più concreti: un atto di omo-transfobia. Ma non solo. Affrontando a pieno viso i carabinieri ha dimostrato un grande coraggio civico, ricordando ai militari – e nel nostro Paese questo viene dimenticato un po’ troppo spesso – che manifestazioni e dissenso sono un diritto di liberi cittadini e cittadine. Visti i tempi – tempi sovranisti se vogliamo dar loro un nome – non era un atto così scontato.

C’è però un passaggio, e torno alle parole condivise su Facebook, che secondo me meriterebbe una precisazione. Quando scrive, cioè: “Tanti altri sono i motivi per cui raccogliere una comunità in preghiera. Certo non contro chi non ha peccato alcuno se non quello di avere il coraggio di amare. E chi ama non commette mai peccato, perché l’amore, di qualunque colore sia, innalza sempre l’animo umano ed è una minaccia solo per chi questa cosa non la comprende”.

Tale presa di posizione, è evidente, nasce da un afflato di grande umanità e per questo sicuramente apprezzabile. Tuttavia, bisognerebbe aver ben presente che l’omosessualità non è una condizione che trova la sua giustificazione in sentimenti nobili e edificanti. Esattamente come avviene per l’eterosessualità, la nostra vita sessuale può comprendere o escludere i sentimenti quando si vive il sesso e l’attrazione. Le persone omosessuali non sono meritevoli di rispetto e diritti in quanto capaci di amare, ma in quanto esseri umani. È scritto, per altro, nell’articolo 3 della nostra Costituzione.

L’amore è un fatto accidentale: può accadere o meno. Nessuno è tenuto a viverlo per avere riconoscimenti giuridici. La precondizione del godimento di un diritto è l’appartenenza al consesso umano. È questo l’aspetto che va considerato, quando lo Stato legifera sui diritti dei cittadini (discorso che andrebbe ripreso, tra l’altro, quando un giorno si parlerà di matrimonio egualitario). Dopo di che alla sindaca D’Oria va l’“onore delle armi” e la nostra riconoscenza per aver difeso una legge necessaria: quella che punisce odio e violenze contro le persone Lgbt+.

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