I piani dei Paesi europei per l’utilizzo degli ipotetici fondi del Recovery fund ancora non esistono. O meglio, per ora esistono quei libri dei sogni che prendono il nome di Pnr, piani nazionali di riforme, in cui si tratteggiano progetti e scenari senza stare troppo a fare i conti con la realtà. Del resto sarebbe strano il contrario, visto che ancora non si sa come e quando i soldi europei arriveranno e in quale forma. L’ultima novità emersa in vista del vertice dei capi di governo europei del prossimo fine settimana, è che il controllo sull’uso dei fondi potrebbe spettare non più alla Commissione Ue ma al Consiglio europeo, vale a dire ai capi di governo dei paesi dell’unione. Il premier olandese Mark Rutte già pregusta la possibilità di metter bocca nelle scelte italiane. Se questo è l’atteggiamento l’afflato solidaristico promosso da Germania e Francia è destinato a fare poca strada, come ha avuto modo di rimarcare anche il board del Financial Times in un editoriale che sintetizza il punto di vista del più importante quotidiano economico finanziario al mondo.

A SETTEMBRE IL PNR ITALIANO – Finché il quadro rimane così incerto difficilmente i governi si sbilanceranno troppo nella messa a punto di documenti dettagliati su come utilizzare i soldi. Anche se è vero che gli altri paesi hanno già consegnato i Pnr alla Commissione. M poco cambia, si tratta infatti di documenti estremamente vaghi. I piani veri per l’accesso ai fondi arriveranno solo dopo l’estate. Per ora il Pnr italiano è stato presentato pochi giorni fa in Consiglio dei ministri e verrà recapitato a Bruxelles a fine settembre insieme alla nota di aggiornamento sul Def, il documento con i numeri della finanza pubblica che anticipa e fa da cornice alla legge di bilancio. Le tempistiche sono quelle abituali e, come ha avuto modo di precisare alcuni giorni fa il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, l’Italia ha scelto di non anticipare la presentazione del documento proprio per dettagliarlo meglio una volta che si saprà qualcosa di più sui sostegni europei. Nello specifico il documento licenziato dal consiglio dei ministri indica alcuni grandi campi di azione: riforma del sistema fiscale a beneficio dei redditi dei lavoratori e degli investimenti delle aziende, potenziamento del mercato del lavoro, riduzione del debito. Vengono recepite le indicazioni che la commissione Ue ha indirizzato all’Italia già lo scorso febbraio e quindi miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario, con processi più rapidi per favorire la competitività del paese. Oltre a investimenti per la digitalizzazione e per la transizione verso un’economia più sostenibile. E poi, ancora, incremento delle spese per l’istruzione, la ricerca e lo sviluppo, nell’ordine di 4,5 mld di euro in tre anni.

COSA FANNO GLI ALTRI Al momento non risulta che altri paesi abbiano messo a punto e/o comunicato piani dettagliati sul possibile utilizzo dei fondi. Spagna e Grecia sono i paesi che, dopo l’Italia, dovrebbe ricevere i maggiori benefici dal recovery fund. La Grecia, che potrebbe ottenere fino a 32 miliardi e Atene ha per ora predisposto un piano in sei grandi capitoli: sviluppo regionale, trasformazione digitale, transizione ecologica, rafforzamento delle infrastrutture, occupazione e coesione sociale. Proprio per la necessità di non eccedere in progetti faraonici che puntualmente restano sulla carta, la Grecia ha scelto di rimandare ad un secondo momento la messa a punto dei progetti infrastrutturali. L’assegno per Madrid potrebbe invece raggiungere i 150 miliardi di euro ma anche in Spagna si rimane per ora molto sul vago. Si parla di una tassa sull’uso della plastica, lotta all’economia sommersa, imposte sulle transazioni digitali oltre a risorse per la sanità e il settore turisctico-alberghiero. Particolarmente arduo sembra il compito assegnato all’Olanda dalla Commissione. Per ottenere i fondi che le spettano dovrà avviare lo smantellamento dei suoi trattamenti fiscali particolarmente vantaggiosi che sottraggono ogni anno miliardi di euro di gettito fiscale agli altri paesi dell’Unione. Anche in questo caso attendiamo, con ansia, i dettagli.

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