Dal punto di vista dei numeri, la diffusione del lavoro nero non è poi molto diversa tra Nord e Sud. Ma nel Mezzogiorno è probabile che i lavoratori irregolari siano i soli occupati in famiglia, mentre non è così nelle regioni settentrionali

L’occupazione irregolare in Italia: le tendenze

La discussione sulle misure per sostenere le famiglie che la pandemia Covid19 ha privato di ogni reddito da lavoro ha riproposto la questione dell’occupazione irregolare, che era scomparsa dal dibattito pubblico dopo i tentativi di favorirne l’emersione nei primi anni Duemila. Con la chiusura forzata di quasi tutte le attività economiche si è scoperto che il reddito di cittadinanza non sarebbe stato sufficiente a coprire tutte le situazioni di grave disagio causato dalla perdita del lavoro, perché non pochi occupati irregolari non ne avevano fatto domanda, per il timore di subire gravi sanzioni in caso fossero stati scoperti.

L’“invenzione” del reddito di emergenza nel “decreto Rilancio” è stata spiegata soprattutto così. E anche in questa occasione si è detto che le regioni meridionali sarebbero state le più interessate dalla nuova misura.

Ma è proprio vero che l’occupazione non regolare è più diffusa nel Mezzogiorno?

Da oltre 20 anni l’Istat stima nelle statistiche di contabilità nazionale anche gli occupati non regolari, la cui prestazione lavorativa è svolta senza il rispetto della normativa in materia lavoristica, fiscale e contributiva. I criteri di stima sono cambiati più volte, ma pur con qualche approssimazione è possibile delineare le tendenze del tasso di irregolarità dell’occupazione, nel complesso e per grandi settori.

Come mostra la figura 1, la percentuale di occupazione irregolare dal 1995 al 2017 presenta un leggero andamento a U, con un brusco calo dal 2001 al 2003, dovuto alla più grande sanatoria degli immigrati irregolari, e una ripresa dal 2009 negli anni della grande recessione. Sia pure in modi e tempi diversi, anche i tassi di irregolarità dei quattro grandi settori presentano un andamento simile. Ma la ripresa del lavoro nero non ha suscitato grande attenzione, benché l’Italia sia, con Spagna e Grecia, il paese dell’Europa occidentale con il tasso di irregolarità di gran lunga più alto.

Dal tasso di irregolarità al tasso di occupazione irregolare

Il tasso di irregolarità, cioè la percentuale di occupazione non regolare sul totale, è utilizzato dall’Istat anche per rilevare le differenze territoriali. Come mostra la figura 2, il tasso di irregolarità per il 2017, ultimo anno disponibile, varia da valori pari o inferiori al 10% per cinque regioni settentrionali su sei, sino a valori pari o superiori al 15% per tutte le regioni meridionali, con una punta intorno al 20% per Calabria e Sicilia. Alle differenze territoriali nel tasso di disoccupazione, le più ampie tra i paesi europei, sembra si aggiungano forti differenze nella consistenza del lavoro non regolare.

Tuttavia, se consideriamo la diffusione dell’occupazione irregolare rispetto alla popolazione emerge un quadro molto diverso. Come mostra la figura 3, dividendo il tasso di occupazione, che misura il rapporto tra occupati e persone da 15 a 64 anni, tra tasso di occupazione irregolare e tasso di occupazione regolare risulta che la percentuale di abitanti con un’occupazione irregolare oscilla soltanto dal 7-8 per cento per le regioni settentrionali al 9-10 per cento per quelle meridionali. Per contro, enormi sono le differenze nel tasso di occupazione regolare: dal 65-70 per cento delle regioni settentrionali sino a meno del 40 per cento per tre regioni settentrionali (Sicilia, Campania e Calabria).

Il tasso di occupazione irregolare nel Nord è soltanto due punti percentuali inferiore a quello del Centro e addirittura neppure due punti sotto quello del Sud. E, come si vede dalla tabella 1, le differenze per industria, edilizia e servizi sono infime. Per contro, a parte l’agricoltura, le differenze nei tassi di occupazione regolare tra Nord e Sud sono enormi: addirittura quasi 13 punti percentuali nei servizi e oltre 9 punti nell’industria.

Due conclusioni. Primo, il problema del Mezzogiorno non è tanto una diffusione del lavoro nero particolarmente alta, ma la scarsissima presenza di quello regolare, soprattutto nell’industria e nei servizi. Secondo, il lavoro nero è solo leggermente meno diffuso nelle regioni settentrionali e quindi costituisce un problema anche per queste regioni.

Caratteristiche dei lavoratori dipendenti in nero

Tuttavia, per la scarsa possibilità di trovare un’occupazione regolare, nel Mezzogiorno il lavoro nero interessa fasce di popolazione più “centrali” per la loro posizione familiare. Né le stime di contabilità nazionale, né le indagini sulle forze lavoro forniscono informazioni su chi lavora in nero, ma nell’indagine Istat Vite familiari e soggetti sociali del 2009 ai lavoratori dipendenti (tutti italiani dati i criteri di campionamento) si chiedeva se avessero un contratto o un accordo verbale. Perciò, con i limiti di un campione molto ridotto, la tabella 2 delinea un identikit di chi lavora in nero nelle diverse Italie.

La contrapposizione tra Sud e Nord è netta. Nelle regioni meridionali gli occupati irregolari sono per lo più maschi, in età centrale e capifamiglia, mentre in quelle settentrionali sono per lo più donne, giovani e coniugi o figli. Quindi nel Mezzogiorno è probabile che i lavoratori in nero siano i soli occupati in famiglia, mentre nel Nord è probabile che i lavoratori in nero vivano in famiglie in cui il capofamiglia ha un lavoro regolare.

Si spiega così la maggiore gravità sociale del lavoro in nero nel Mezzogiorno. Oltretutto, la più elevata presenza di poco istruiti nel Mezzogiorno indica una maggiore dequalificazione delle occasioni di lavoro nero, mentre una più alta presenza di laureati nel Nord sembra indicare una discreta presenza di lavoro nero qualificato.

Le diverse caratteristiche dei lavoratori in nero ampliano quindi le differenze tra Sud e Nord, abbastanza ridotte dal punto di vista quantitativo, e suscitano diversi interrogativi riguardo alle politiche di contrasto.

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