“Mentre il consigliere leghista gioiva, noi a casa stavamo piangendo”. È il commento di una delle due mamme che proprio in questi giorni hanno ricevuto una sentenza inaspettata a Genova: il sindaco Marco Bucci, infatti, aveva presentato un ricorso contro la sentenza del Tribunale che nel 2018 aveva riconosciuto entrambe le donne come mamme di Anna (nome inventato). La Corte di Appello ha accolto il ricorso e ora una delle due non è più ufficialmente genitore legale della piccola di due anni e mezzo.

Federico Bertorello, consigliere genovese in quota Lega, si è detto “molto soddisfatto” per l’esito della faccenda. Soddisfatto perché ora per poter prendere la bambina all’asilo, o in piscina, la sua mamma avrà bisogno di una delega. Soddisfatto perché quella madre non potrà accedere alla stanza d’ospedale se malauguratamente dovesse accadere qualcosa. Anna non porterà più neanche il suo cognome, ma solo quello della mamma biologica.

Per il riconoscimento dei figli (nati tramite procreazione medicalmente assistita, adottati o avuti da precedenti relazioni) le famiglie arcobaleno si trovano a dover affrontare due maggiori ostacoli. Quello economico: avvocati, ricorsi e varie aule di tribunale per attestare di essere una famiglia. Quello geografico, relativo al margine di libertà che ciascuna Corte ha di pronunciarsi diversamente da un’altra, a causa del vuoto legislativo lasciato dall’esclusione del tema dalla Legge Cirinnà del 2016. Città come Milano, Firenze o Palermo, ad esempio, hanno da subito riconosciuto l’omogenitorialità. È dunque svantaggiato chi vive altrove, pur essendo un genitore ammirevole.

La domanda sorge spontanea: chi può ritenersi pubblicamente soddisfatto di aver privato una bambina del diritto di essere legalmente figlia delle donne che l’hanno amata e accudita? Verrebbe da dirsi che un pensiero del genere sarebbe accettabile solo se la figlia si trovasse in una situazione di pericolo o di rischio. Ma è possibile che sia così?

Il presunto danno che subirebbe il bambino a livello socio-psicologico è uno degli argomenti che dominano il dibattito sulle famiglie non tradizionali, soprattutto per ciò che riguarda quelle omogenitoriali, data l’assenza di una figura materna o paterna. È piuttosto comune l’idea che i figli delle coppie omosessuali sarebbero, in qualche modo, danneggiati o manchevoli. Questo pensiero inizia a diffondersi già negli anni 70, con i primi divorzi dovuti all’omosessualità di una delle parti: puntualmente i figli venivano affidati al genitore eterosessuale e le sentenze venivano motivate dalla paura che i bambini crescessero secondo una cultura omosessuale, finendo con l’imitarla.

Al contrario, negli anni a seguire, tutte le maggiori associazioni internazionali di psicologi, psichiatri e operatori sociali hanno sostenuto che l’orientamento sessuale del genitore non minaccia l’integrità fisica e mentale del bambino, né per quel che riguarda la sfera delle relazioni, né per quel che concerne la salute mentale e la buona riuscita scolastica. Secondo l’Associazione Italiana di Psicologia non sono né il numero né il genere dei genitori a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano, come riportato in Famiglie Moderne (S. Golombok), tra i manuali di ricerca più utili sull’argomento.

Più che ragionare sulle conseguenze psicologiche negative, pressoché assenti, del crescere in una famiglia arcobaleno, sarebbe opportuno concentrarsi su quanto la stigmatizzazione della società influisca sullo spettro emozionale dei bambini. Durante il percorso scolastico, i figli delle coppie omogenitoriali vengono frequentemente sottoposti a stress e difficoltà, causati spesso da veri e propri atti di bullismo che li fanno sentire diversi e inferiori. Difatti, i risultati di ricerca legati ai rapporti con i propri pari sono gli unici che hanno rilevato differenze consistenti tra ragazzi/e cresciuti in famiglie tradizionali e quelli facenti parte di famiglie arcobaleno.

L’utilizzo del termine “gay” (e sinonimi) come dispregiativo sembra essere ancora il fenomeno più difficile da arginare, assieme al tentativo di escludere i genitori omosessuali dall’ambiente scolastico. Una ricaduta ancora più pesante sulla vita dei minori si ha nei casi con due padri gay, anziché due madri lesbiche, poiché il sessismo dilagante ci ha convinto che due uomini siano completamente inadatti a occuparsi di casa e figli.

È imbarazzante non riuscire ad accorgersi che il problema non è il tipo di famiglia, ma l’approccio con cui la società accoglie o rifiuta questi nuovi modelli. Potremmo semplicemente accettare che un figlio sta bene lì dove è amato e rispettato.

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