Due mafiosi da portare a giudizio. Ma pure una persona normale, un vicino di casa della vittima, accusato di favoreggiamento. Sullo sfondo una storia da film, di quelli americani col finale a sorpresa. Ci sono i buoni che in realtà sono cattivi. E cattivi che sono pure peggio. Dopo 31 anni arriva una svolta nelle indagini del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio: furono trucidati il 5 agosto 1989 davanti alla casa di famiglia a Villagrazia di Carini, in provincia di Palermo. Un delitto che sembrava senza movente e senza colpevoli: perché assassinare in quel modo un semplice agente in servizio alla sezione Volanti del commissariato di San Lorenzo? Perché farlo mentre si trova insieme alla moglie nella casa sul mare? E poi: era davvero necessario uccidere pure la giovane donna, in dolce attesa da pochi mesi?

Domande alle quali ha risposto la procura generale di Palermo, guidata da Roberto Scarpinato, che ha chiesto il rinvio a giudizio dei boss Antonino Madonia e Gaetano Scotto. Il processo è stato chiesto anche per Francesco Paolo Rizzuto accusato di favoreggiamento aggravato. Agostino e la moglie, furono assassinati da due killer arrivati a bordo di una moto di grossa cilindrata, trovata bruciata dopo il delitto. Un caso rimasto irrisolto per anni. E che adesso fa intravedere una storia mai raccontata.

Non era solo un duplice omicidio legato a “questioni sentimentali”, come cercarono di archiviarlo i vertici della polizia di Palermo all’epoca. Per 31 anni Vincenzo Agostino, il padre della vittima assistito dall’avvocato Fabio Repici, ha chiesto la verità. Oggi la Dia crede di averla trovata. Un obiettivo difficile: gli uomini del generale Giuseppe Governale hanno dovuto lavorare tanto visto che negli anni sono stati sottratti documenti essenziali: alcuni, è stato accertato, furono distrutti durante una perquisizione eseguita dopo il duplice delitto. “L’accertamento dei fatti – scrivono – veniva altresì ostacolato dalla iniziale reticenza di vari soggetti informati della segreta operatività dell’Agostino nell’ambito di una struttura di intelligence, nonché dall’assenza di dichiarazioni di collaboratori di giustizia, indici entrambi del peculiare regime di segretezza che aveva caratterizzato l’ultimo segmento di vita della vittima e le ragioni della sua soppressione che dovevano restare occulte anche all’interno di Cosa nostra”.

In che senso struttura d’intelligence? Secondo gli investigatori Agostino, ufficialmente poliziotto della sezione Volanti del commissariato di San Lorenzo, assolveva anche ‘mansioni coperte‘. Che tipo di mansioni? Sulla carta era stato inserito in un gruppo che dava la caccia di latitanti di mafia di spicco. Che Agostino fosse stato assassinato perché in realtà come lavoro cercava i boss di Cosa nostra lo aveva ipotizzato per la prima volta la procura di Palermo, con le indagini di Vittorio Teresi, Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia. “Lui ed Emanuele Piazza cercavano latitanti”, ha detto in una delle sue deposizioni il pentito Vito Galatolo. Una rivelazione che in passato era stato fatta anche dal collaboratore – poi assassinato – Luigi Ilardo. E infatti già da alcuni anni gli investigatori hanno lavorato ad una traccia che collega la morte di Agostino a quella di Piazza, ex agente di polizia, ex assicuratore, collaboratore dei servizi segreti sotto copertura, scomparso senza lasciare tracce dalla sua casa di Sferracavallo il 16 marzo del 1990. A ucciderlo, ha scoperto anni fa l’ex pm Di Matteo, fu Cosa nostra.

Per la Dia, Agostino e Piazza lavoravano in un gruppo segreto – per così dire – di buoni e cattivi. Ai primi appertenevano i due giovani uomini uccisi entrambi nel giro di sei mesi. Dei secondi, invece, faceva parte Giovanni Aiello, alias Faccia da Mostro, il killer col tesserino dei servizi in tasta indicato da diversi pentiti come il braccio armato dello Stato-mafia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. Aiello fu pure indagato per il delitto Agostino, ma è morto d’infarto due anni fa mentre si trovava in spiaggia. Ovviamente ha sempre negato tutto.

Nella stessa “squadretta” c’era pure Guido Paolilli, considerato il “mentore” di Agostino. Alcuni anni fa fu intercettato dalla procura nella sua casa di Montesilvano, in provincia di Pescara, mentre alla tv guardava un servizio in cui Vincenzo Agostino parlava del biglietto trovato nel portafogli del figlio. In quel pizzino c’era scritto: “Se mi succede qualcosa andate a cercare nell’armadio di casa”. Il commento di Paolilli davanti alla tv era il seguente: “Abbiamo distrutto una freca di carte”. Sono quelli i documenti svaniti dopo l’omicidio? Considerato uomo di Bruno Contrada, Paolilli ha sempre negato di aver pronunciato quelle parole: in passato la procura di Palermo lo ha accusato di aver depistato le indagini. Già a Pescara all’epoca del delitto, quello che era il “mentore” di Agostino venne richiamato a Palermo per indagare sull’omicidio dall’allora capo della squadra mobile, Arnaldo La Barbera. Quell’inchiesta fu subito indirizzata sul movente passionale. E dunque insabbiata.

Secondo la Dia fu proprio Paolilli a reclutare Agostino in quella “squadra segreta” che sulla carta serviva a cercare latitanti. In realtà, però, si occupava di altro. Doveva gestire complesse relazioni di tra alcuni uomini delle Istituzioni e il mondo di Cosa nostra. Che vuol dire? “Le intercettazioni telefoniche – scrive la Dia – hanno dimostrato il coinvolgimento della struttura in alcuni importanti depistaggi“. Agostino, secondo la ricostruzione della procura generale, se ne era accorto: aveva capito che non lavorava in un gruppo creato per cercare i boss nascosti. Anzi probabilmente quella squadra serviva allo scopo opposto: insabbiare la caccia ai latitanti. “E’ emerso da molteplici prove – prosegue la Dia – che Agostino aveva, nell’ultima parte della sua vita, compreso le reali finalità della struttura cui apparteneva (alla quale aveva offerto una pista molto seria – legata a familiari della moglie – per pervenire alla cattura di Salvatore Riina a San Giuseppe Jato), e se ne era allontanato poco prima del suo matrimonio, fatto che era stato posto a fondamento della decisione di uccidere lui e la moglie”. Questo gli costò la vita.

Dalle indagini è emerso anche il ruolo di Francesco Paolo Rizzuto, soprannominato “Paolotto”, che nel 1989 era amico di Agostino e che la notte precedente al delitto aveva partecipato con la vittima ad una battuta di pesca. I due avevano dormito a casa di Agostino a Villagrazia di Carini. La mattina dopo, Agostino sarebbe andato in ufficio, mentre Rizzuto sarebbe rimasto dalla famiglia dell’agente. Secondo gli inquirenti in più occasioni avrebbe mentito su quanto accaduto nel giorno e nel luogo del delitto. La Dia lo ha messo sotto intercettazione e lo ha ascoltato mentre dichiarava “ad un proprio congiunto di aver visto Agostino a terra sanguinante e di essersi financo sporcato la maglietta indossata piegandosi sul corpo ormai esanime dell’amico, per poi fuggire buttando via l’indumento, precisando di non aver mai riferito tale circostanza quando venne sentito, poco dopo l’omicidio, dagli organi inquirenti”.

E’ dall’inchiesta della Dda di Palermo, prima che la procura generale la avocasse, che sono emersi anche rapporti di Agostino con il giudice Giovanni Falcone nella fase in cui questi indagava sulla cosiddetta pista nera per l’omicidio del Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella. Neri, poteri occulti, mafiosi, uomini di Stato. Quello di Agostino, infatti, è un delitto che matura in quella zona grigia tra Cosa nostra e pezzi delle Istituzioni. Un quadro che gli uomini della Dia definiscono di “peculiare complessità, poiché ambientato nel torbido terreno di rapporti opachi tra componenti elitarie di Cosa nostra ed alcuni esponenti infedeli delle Istituzioni”. Non è un caso che tra i mafiosi accusati ci sia Gaetano Scotto, considerato il trait d’union tra Cosa nostra e i servizi segreti.

Ma non solo. Perché a costare la vita ad Agostino potrebbe essere stato anche altro. Il pentito Vito Lo Forte ha spiegato che da quanto gli risultava gli omicidi di Agostino e Piazza erano da collegare alla loro presenza all’Addaura il 21 giugno del 1989, quando un borsone con 58 candelotti di esplosivo venne ritrovato nei pressi della villa presa in affitto da Giovanni Falcone. È il fallito attentato che lo stesso Falcone attribuirà poi a “menti raffinatissime”. Stranamente al funerale di Agostino, ufficialmente semplice poliziotto delle Volanti, presenziò lo stesso Falcone, già tra i giudici più famosi d’Italia. Come mai? Secondo il commissario Saverio Montalbano, che lo accompagnò, Falcone in quell’occasione gli disse: “Questo è un omicidio contro di me e contro di lei“.

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