I servizi segreti israeliani vogliono fare presto e accelerare l’annessione della West Bank in vista di un possibile fallimento della rielezione di Donald Trump nel prossimo novembre. “È bene agire prima delle elezioni americane perché dopo non è chiaro come sarà il sostegno americano”.

Secondo un recente report diffuso da Israel Hayom, una nota pubblicazione di destra, il governo “non dovrebbe aspettare oltre” prevedendo che “l’onda di proteste diplomatiche lascerà gradualmente il posto a un clima di accettazione internazionale dell’annessione”.

Il ministro dell’Intelligence Eli Cohen, esponente dell’ala politica più oltranzista, ritiene che il premier Bibi Netanyahu non abbia nulla da temere dalle reazioni esterne: né sul fronte palestinese, troppo indebolito dalla rottura di ogni canale diplomatico con gli Stati Uniti di Trump, principale sponsor del cosiddetto “Piano di annessione”, né su quella della comunità internazionale che alla fine lascerà fare Israele, come sempre.

Il report è un significativo concentrato della brutalità del pensiero della destra israeliana che non contempla niente altro se non il proprio traguardo di annessione colonialista non tenendo conto né dei diritti di un popolo né degli orientamenti dei vicini popoli arabi che, per quanto frantumati da anni di destabilizzazione, non potranno stare a guardare: il mite re Hussein di Giordania ha già evocato scenari “catastrofici” se ci sarà una sciagurata annessione.

Nella sua parte finale il report, forse con l’intento di provocare interlocutori recalcitranti, affronta il tema dei negoziati di pace, il cui futuro non sarebbe per niente scalfito dalla annessione, a dire dei super analisti: dopo un periodo di discussioni, magari accese, l’intelligence di Bibi, un uomo politico che riesce bene solo nel dribblare i tribunali del proprio Paese, prevede che ci si possa sedere attorno ad un bel tavolo per parlare finalmente di pace: decideranno poi loro, con comodo, cosa intendano con questa parola e lo faranno sapere al resto al mondo.

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