L’emergenza Covid e la lezione che la pandemia ci sta impartendo sulle fragilità degli anziani, dovrebbe trasformarsi in un’occasione per cambiare la nostra prospettiva sui cosiddetti anni azzurri. Ne sono convinti alla Cgil, con il responsabile Salute e Area Welfare della Confederazione, Stefano Cecconi, che insiste sulla necessità di riorganizzare le forme dell’abitare pensando di più a forme intermedie rispetto alla domiciliarità in solitudine e alle Rsa, che vanno dal centro diurno all’abitare assistito, fino al cohousing. Questa, sostiene, è la vera riforma radicale del sistema di assistenza agli anziani, ma “non si fa in 5 minuti e se non si comincia adesso, utilizzando questa esperienza come campanello d’allarme sulla qualità della vita delle persone che vivono nelle Rsa al di là del Covid… “.

Chiaramente questo implica un “ripensamento degli accreditamenti delle residenze sanitarie assistenziali, una revisione degli standard di qualità, un’attenzione alla formazione del personale e un rispetto dei diritti del personale che fa un lavoro delicatissimo, ma che viene svalorizzato”. Ripensare la vita negli anni in cui si perde l’autonomia piena, del resto, è legato a “un’idea di società, che riguarda il 25% della popolazione, quota che in 10 anni salirà al 30%”, ricorda il sindacalista sottolineando come in Italia ci siano più di 2 milioni di familiari, i cosiddetti caregiver, che fanno oltre 20 ore alla settimana di assistenza. E se non ci pensiamo ora, rischiamo di finirci direttamente in mezzo anche noi. “Si continua a parlare di non autosufficienza, bisognerebbe invece parlare di autonomia, di sostegno all’autosufficienza – conclude – che non significa non riconoscere che ci sono delle situazioni talmente gravi come demenze o Alzheimer, deficit cognitivi in cui è inevitabile organizzare una struttura molto protetta, ma da questo a farne istituzioni anche con 500 e passa persone, dove nella maggior parte dei casi si tende a usare la contenzione meccanica, in forme magari blande…”.

Per la collega Antonella Pezzullo, segretaria nazionale dello Spi Cgil con delega alla Sanità, in Italia “scontiamo l’assenza di uno sguardo vero sul mondo delle Rsa e non solo. Avevamo chiesto a grande voce prima del Covid una regolamentazione dei percorsi di assistenza della non autosufficienza, perché questa è la risposta che questo Paese dà ai suoi cittadini non autosufficienti”, sottolinea ricordando che la prima grande ricognizione di cosa è questo mondo – “che è estremamente complesso, variegato, polimorfo, opaco” – è stata fatta dall’Iss in piena emergenza Covid con un indagine comunque parziale e su base volontaria.

“La stragrande maggioranza delle persone ricoverate in questi luoghi è non autosufficiente, dunque dovrebbe ricevere cure adeguate. Però questa è una cosa a cui questo Paese non ha mai voluto guardare, nonostante siamo pieni di convegni che ci dicono che siamo il Paese più vecchio d’Europa. C’è una grande contraddizione”, dice ribadendo che “queste strutture devono essere ripensate. Bisogna agire nell’emergenza, però poi c’è un post emergenza che è necessariamente un ripensamento. Ma fino a che continuiamo a parlare di strutture che vengono remunerate a posto letto, che sono a bassa quota di assistenza sanitaria e che non prevedono un progetto individuale che si preoccupi di mantenere anche le quote di autonomia delle persone oltre a curarle, chiediamo a qualcosa di diventare altro”.

Secondo Pezzullo, quindi, c’è “un deficit culturale: è il modo con cui guardiamo al vecchio in questo Paese e forse in tutto l’occidente che va rivisto. Noi abbiamo assistito a delle cose che forse nascondiamo anche a noi stessi, la prescrizione di scegliere a chi dare l’ossigeno, l’America che sacrifica i disabili, non sono cose da niente, è in trasparenza la cultura di un’epoca”, ricorda sottolineando come secondo i Nas il 27% delle strutture italiane non è a norma, che nel Paese 3,5 milioni di persone non sono autosufficienti: il 60% soffre di Alzheimer o di altre demenze, il 30% è solo al mondo. “È un grande tema pubblico e un grande tema civile, ma ho l’impressione che questo paese non sia ancora pronto a guardarlo e a farsene carico. È un problema politico? Culturale? Finanziario?”.

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