Ora lo attesta anche l’Inail. La forma di lavoro a distanza svolta durante il lockdown, con la permanenza obbligata a casa dei cittadini per il contenimento del contagio, non è vero smart working. Può essere definita al massimo “un modello ibrido tra il lavoro agile e il telelavoro“. E “non è esente da spunti critici già dai primi mesi di adozione”, per cui ora può e deve “essere adesso oggetto di riflessioni più approfondite per un ripensamento del lavoro in uno scenario nuovo, tenendo conto dei contesti produttivi e dello sviluppo tecnologico”.

Il lavoro agile, spiega il documento, è connotato da un approccio flessibile al lavoro, fondato su un rapporto fiduciario tra lavoratore e datore di lavoro. In questa forma di lavoro, “il potere datoriale si realizza attraverso l’organizzazione del lavoro ‘anche per fasi, cicli e obiettivi’, nella scelta della strumentazione e programmi informatici che permettono la connessione da remoto con la realtà interna aziendale, nei tempi di definizione del risultato, nello svolgimento dell’attività, secondo le finalità istituzionali pubbliche o private”. Nel telelavoro, invece, la prestazione viene svolta “sotto direttiva” e “con cadenza di tempi lavorativi”. Il telelavoratore svolge la propria attività da una postazione fissa ed è tenuto a rispettare gli orari d’ufficio. Riguardo alla sicurezza, il datore di lavoro ne è responsabile e ai telelavoratori si applicano le medesime norme per i dipendenti in azienda o in ufficio. Il datore di lavoro deve informare e formare il lavoratore sulle fonti di rischio specifiche e generiche, adottando tutte le misure di prevenzione e protezione per ridurre i rischi professionali.

Il fact sheet passa in rassegna le principali criticità riscontrate in questo periodo con l’applicazione del lavoro agile in emergenza: sovrapposizione tra ambiente lavorativo e domestico; mancanza di una preparazione adeguata dei lavoratori alla visione complessiva dei rischi; difficoltà e, talora, impossibilità nel separare spazi personali e familiari con cicli e tempi di lavoro; interazione con fonti di pericolo più connaturate alla dimensione abitativa che a quella professionale. Questo può aver comportato una “pericolosa promiscuità tra vita lavorativa e personale, che spesso si traduce, come attestano le statistiche, in un elevato numero di infortuni domestici”.

La modalità di lavoro adottata per fronteggiare l’epidemia, “anche in assenza degli accordi individuali previsti dalla legge“, ricorda il Dipartimento innovazioni tecnologiche, sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici (Dit) dell’Inail, “ha coinvolto una platea di lavoratori e di professionalità molto ampia, superando il vincolo della concessione della strumentazione tecnologica e informatica fornita dal datore di lavoro”. Tradotto: quasi tutti hanno lavorato sul proprio pc di casa, pagando la connessione di tasca propria, e ovviamente senza aver firmato un’intesa con l’azienda in cui accettavano il lavoro da casa.

Il Dipartimento, in coerenza con il Piano delle attività di ricerca dell’istituto nell’ambito dedicato allo studio del legame tra nuove tecnologie, nuovi lavori e nuove modalità esecutive dell’occupazione, ha elaborato nelle settimane dell’emergenza un fact sheet su questo tema, disponibile sul sito. Ci sono stati anche aspetti positivi, nota il documento: la gestione del lavoro a distanza “ha anche rappresentato, per molti lavoratori, la possibilità per sperimentare forme di condivisione degli strumenti di lavoro assimilabili al “coworking tra individui responsabili della propria attività, autonomi, di diversa età, trasformando l’ambiente domestico-lavorativo in un maker space”, un vero e proprio spazio del “fare””.

Inoltre nel contesto emergenziale si sono verificati scenari inaspettati di adattamento del lavoro, in tempi brevissimi. Le soluzioni adottate “hanno consentito il proseguimento di molte attività produttive e le tecnologie hanno permesso un adeguamento, nella contingenza, capace di superare alcuni limiti della normativa di riferimento”. Per gli autori del documento di ricerca, “il lavoro agile che si è declinato in questo scenario emergenziale, rappresenta un’occasione di riflessione e futura sperimentazione, al fine di perfezionare ulteriormente il lavoro a distanza, con una particolare attenzione a uno sviluppo delle tecnologie integrate a quelle operative, per accompagnare la tutela del lavoratore”.

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