Nell’ultimo numero de La Civiltà Cattolica si trova un interessante articolo di Giovanni Cucci, dal titolo Morte e digitale. Non è certo la prima volta che gli studiosi si interrogano sull’impatto antropologico della rivoluzione digitale, ma la realizzazione nella vita quotidiana di ciò che Mark Weiser ha definito “computazione ubiqua” (ovvero una presenza talmente pervasiva della tecnologia digitale da passare inosservata) veste l’argomento di una certa urgenza. Affrontare il tema della morte nell’era digitale significa andare dritto al cuore di molte questioni contemporanee.

È ciò che fa Cucci, il quale si domanda, tra le altre cose, se può esistere ancora la morte in una società in cui sopravvivono in eterno i profili social, gli avatar, le tracce digitali e comunicative (i “big data”). Anche perché, come scriveva il poeta tedesco, Gottfried Benn, “chi parla non è morto” (Kommt, reden wir zusammen wer redet, ist nicht tot). È proprio in questo senso che gli algoritmi impediscono agli umani il disfacimento terreno, costringendoli a “parlare” per sempre.

Va anche detto, al di là delle valide riflessioni di Cucci, che la comunicazione eterna dei morti non è certo un’invenzione delle piattaforme digitali. Già l’invenzione della scrittura aveva reso possibile la loro comunicazione. Si consideri, a questo proposito, quanto detto da Francis Bacon: “optimi consiliari mortui” (i migliori consiglieri sono i morti). Ciò che è profondamente diverso nei media digitali non è la possibilità di accedere ai pensieri e alle parole dei morti, come fanno le vecchie tecnologie (libri, film, fotografie, etc.), ma di conservare operativa – cioè viva – la struttura comunicativa individuale (per quanto frammentata essa sia).

È proprio la sopravvivenza della struttura di comunicazione a rendere possibile la loro messa in moto e valorizzazione da parte degli algoritmi. I dati digitali dei defunti sono elaborati da questi e messi al servizio delle piattaforme. Per esempio, i dati di una persona deceduta che aveva un account su Amazon potrebbero continuare a essere utilizzati per elaborare algoritmicamente le raccomandazioni per un utente vivo. I comunicatori (biologicamente) morti intervengono così nella struttura della comunicazione, anche se nessun essere cosciente è coinvolto nell’elaborazione dei dati.

Ai sistemi algoritmici non importa se i dati elaborati provengono da persone morte o da persone vive. Ciò che conta è la valorizzazione dei dati, per continuare a estrarre profitto. Da qui la necessità insopprimibile dell’industria digitale di rendere eterne le identità digitali. Eric Schmidt, Ceo di Google, e Jared Cohen, Ceo di Jigsaw, hanno già spiegato che “l’identità sarà il bene più prezioso in futuro, e che questa esisterà principalmente online. “We are what we tweet”. (Schmidt, E., Cohen, J. (2013). The New Digital Age, Reshaping the Future of People. New York: Nations and Business, Alfred A. Knopf.)

Non a caso, del resto, il servizio Gmail di Google esclude la morte dai motivi che consentono a familiari o eredi di accedere ai dati del server. Esempi più estremi come LivesOn, Eterni.me o DeadSocial – siti web che forniscono servizi per la gestione della morte digitale e che ricordano quanto descritto nell’episodio Be right back della serie televisiva Black Mirror – rendono ancor più evidente il problema socio-antropo-tecnico che si è venuto a creare.

I media digitali rendono la morte un elemento superabile, che non può più giustificare l’inattività comunicativa. L’imperativo della comunicazione è profondamente radicato nella cultura consumistica contemporanea ed è un effetto diretto dell’imperativo dell’industria delle piattaforme digitali: comunicare sempre! Questa industria, per continuare a vivere (cioè per continuare a produrre valore), crea perfino i “non-morti algoritmici“, i quali non cessano mai di comunicare/lavorare.

In qualche misura rappresenta il sogno proibito del capitalismo, cioè produrre valore superando i limiti dell’esistenza umana (le energie psico-fisiche, il sonno, la morte). Christian Fuchs ha definito questo processo “l’ascesa del capitalismo dei big data”. Le strategie di valorizzazione delle piattaforme digitali non possono essere adeguatamente comprese se non sono percepite come risposte a un problema inerente al rapporto tra capitale e lavoro.

Di conseguenza, anche la “non-morte” digitale va collocata all’interno dello stesso rapporto, poiché è all’interno di questo che si rivela anche il carattere feticistico della comunicazione digitale. In altre parole, mentre siamo vivi e comunichiamo l’industria digitale sta già lavorando (anche utilizzando questo post, per esempio) a produrre i nostri fantasmi algoritmici sulle sue piattaforme. E si sa che i fantasmi temono la morte più dei vivi.

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