Forse non è un caso che l’ultimo libro scritto da Giulio Giorello, il filosofo della scienza stroncato dal coronavirus, sia un commento all’Apocalisse attribuito all’apostolo ed evangelista Giovanni . Una lettura critica, da una prospettiva assolutamente inedita e molto rispettosa, dell’ultimo testo della Bibbia pubblicata da Piemme. L’epistemologo, allievo del marxista e partigiano Ludovico Geymonat, negli anni si era reso protagonista di un avvincente e costante dialogo con l’allora arcivescovo di Milano, il cardinale gesuita Carlo Maria Martini.

Un incontro talmente fecondo dal quale era nato anche il volume, firmato a quattro mani, Ricerca e carità. Due voci a confronto su scienza e solidarietà. Segno che lo studioso che aveva coniato La filosofia di Topolino era capace, dalla sua prospettiva di non credente, di non disprezzare per nulla i temi religiosi. Senza per questo rinnegare le sue profonde convinzioni racchiuse in un altro suo celebre libro intitolato Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo.

“E chi di noi – scrive Giorello nel suo commento all’Apocalisse – non sarebbe contento di incontrare di nuovo Gesù Cristo? Queste ultime non sono parole del visionario di Patmos, bensì degli uomini che nel Seicento combattevano sotto la guida di Oliver Cromwell per creare la loro “repubblica dei santi” contro un re, una Chiesa (e talvolta un parlamento) corrotti dal demonio e messi al servizio dell’iniquità. Non molti decenni dopo, l’idea di una seconda venuta di Cristo ossessionava ancora Isaac Newton, uno dei padri della scienza moderna, che doveva inserire l’Apocalisse nel disegno di un universo cui solo la mano del Dio di Abramo e di Giacobbe impediva di collassare a causa dell’instabilità dovuta alla reciproca attrazione dei corpi materiali.”

Per il filosofo, “come ha scritto il matematico e storico della scienza Federico Enriques, non è così raro che lo splendore della catastrofe abbia potuto abbagliare gli occhi dei protagonisti del progresso scientifico e civile. È facile per noi, che ci sentiamo eredi dello scetticismo illuminista, fare nostra l’esortazione di Voltaire a lasciar perdere le profezie care a Newton e concentrarci esclusivamente sulla sua meccanica celeste e terrestre; ma non è detto che il fascino dell’Apocalisse si sia ridotto a un fuoco fatuo”.

Giorello sottolinea, infatti, che “il messaggio era a un tempo conservatore e sovversivo, poiché se da una parte Giovanni (o chi per lui) non esitava a biasimare coloro che nelle “sette Chiese che sono in Asia” si avventuravano in pericolose interpretazioni, dall’altra parte si era sentito in dovere di dare voce a una sorta di sdegno cosmico che coinvolgeva l’intero universo nel crollo del vecchio mondo, popolato da vili, increduli, abbietti e omicidi”.

L’epistemologo evidenzia, inoltre, che “in alcuni dei più vibranti versetti del capitolo 18 dell’Apocalisse gli angeli annunciano la caduta della “grande Babilonia”, la meretrice con cui hanno fornicato i potenti mentre grazie al suo lusso sfarzoso si sono arricchiti i mercanti dell’intera terra. Non si tratta di un giudizio storicamente puntuale sul destino della metropoli mesopotamica, eletta a spauracchio, talvolta immeritatamente, già nella tradizione ebraica, bensì di una metafora dell’oppressione che accompagna l’umana avventura in tutte le sue pieghe.

“Babilionia” è sempre presente ed è sempre sul punto di cadere. È la Roma imperiale per i primi cristiani, il greve sistema feudale per i poveri del Medioevo, la Chiesa di Roma ormai troppo mondana agli occhi degli “eretici” spirituali, nonché l’intera struttura del papismo per grandi riformatori come Lutero e Calvino. E, inoltre, può rappresentare una struttura statale sentita come ingiusta da chi vuole che vengano rovesciati “i potenti dai troni, innalzati gli umili”, cancellando così le prerogative dei signori o gli abusi del capitale”.

Per Giorello, dunque, “il filo rosso di Giovanni collega attraverso i secoli soldati di Cromwell e agitatori socialisti e anarchici, che hanno sostituito all’Agnello di Dio qualche più laica potenza, come la classe operaia o qualche sua avanguardia armata”. Secondo il filosofo “colpiva nel segno Jean Guitton negli anni Novanta del Novecento: “Se esiste un testo sacro ancora attuale, quel testo è l’Apocalisse?”. Costruire sulla paura e sull’intimidazione non è una buona politica. Ma la parola di Guitton “risuona nei nostri cuori” in modo ben diverso.

Anche io – conclude Giorello – preferisco una lettura dell’Apocalisse che ne mantenga intatto il carattere poetico e profetico, servendosene però come di una parola liberatrice, senza cadere nella trappola di qualsiasi ingiunzione autoritaria, perché sono proprio ordini del genere che fanno sì che ognuno che vi si sottomette porti il nome di vivente e invece sia già morto”.

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