Il gotha della ‘ndrangheta, quello di Cosa nostra. I boss stragisti e quelli muti, nel senso che sono da decenni al 41bis, seppelliti da più ergastoli e non hanno mai dato neanche la sensazione di essere disposti a parlare. Ma pura una presunta testimone della lettera – pure quella presunta – inviata al governo con dentro l’evocazione di un nome, sempre lo stesso: quello di Silvio Berlusconi. Giuseppe Graviano ci riprova. Dopo aver rotto un silenzio lungo trent’anni e aver deciso di rispondere alle domande del pm – sostenendo tra le altre cose di essere stato socio occulto del leader di Forza Italia – adesso il boss di Brancaccio vorrebbe chiamare in sua difesa i tre quarti dell’artistocrazia mafiosa di Sicilia e Calabria. Gli irriducibili di Cosa nostra e ‘ndrangheta seduti sul banco dei testimoni per smentire quanto raccontato dai collaboratori di giustizia al processo ‘Ndrangheta stragista, ormai giunto alle battute finali. Non un bel vedere. Si tratta di un caso raro nella lunga storia mafioso – giudiziaria del Paese: un boss al vertice di Cosa nostra che chiama in sua difesa altri mafiosi – addirittura di altre organizzazioni criminali – per provare la sua estraneità alle accuse. O forse per dare sostanza a quella serie di messaggi trasversali che prova a inviare da mesi.

Il processo sulla ‘Ndrangheta stragista – Con l’udienza di lunedì, il presidente della Corte d’Assise di Reggio Calabria, Ornella Pastore, avrebbe dovuto chiudere l’istruttoria dibattimentale e rinviare al 29 giugno quando sarebbe iniziata la requisitoria del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Il calendario, già predisposto con le conclusioni del pm e le arringhe della difesa, però, rischia di essere modificato a causa delle richieste degli avvocati di Graviano e di Rocco Santo Filippone, imputati per l’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Furono uccisi il 18 gennaio di 26 anni fa e per la pubblica accusa anche quel duplice omicidio sull’autostrada di Scilla è da considerare uno degli atti della guerra allo Stato scatenata da Cosa nostra tra il 1992 e 1994. Sarà per questo sapore mezzo eversivo delle contestazioni che Graviano – il boss che custodisce i segreti delle stragi – nei mesi scorsi ha deciso di rispondere per la prima volta alle domande dei pm. Durante una serie di udienze il boss di Brancaccio ha sostenuto di essere stato in affari con Silvio Berlusconi, grazie agli investimenti compiuti dal nonno a Milano negli anni ’70. Ha parlato di “imprenditori di Milano” che non volevano fermare le stragi. Ha invitato a indagare sul suo arresto, avvenuto al ristorante Gigi il cacciatore il 27 gennaio del 1994, per scoprire i veri mandanti delle stesse stragi. Poi, solo poche settimane fa, ha comunicato l’intenzione di non volere più rispondere alle domande. Il motivo? “La consapevolezza che le sue dichiarazioni resteranno prive di riscontro”, ha spiegato il suo avvocato Giuseppe Aloisio.

La lettera alla Lorenzin – Quindi nell’udienza di due giorni fa il legale ha depositato una lista di testimoni che, ai sensi dell’ex articolo 507 del codice di procedura penale, vorrebbe sentire prima della conclusione del processo per conto del suo cliente. È chiaro come la stesura di quell’elenco sia farina del sacco di Graviano: contiene infatti i nomi di alcuni dei personaggi che ne hanno accompagnato la scalata a Cosa nostra al seguito di Totò Riina. Ma anche esponenti di ‘ndrangheta considerati a lui più vicini. La lista, però, si apre con un nome esterno alle mafie. Anzi nemmeno con un nome, ma con una qualifica: Graviano vorrebbe chiamare a testimoniare la responsabile dell’area Sanitaria del carcere di Opera nel periodo in cui era recluso lì. Solo che né lui, né il suo avvocato ne conoscono le generalità. Ancora più controverso l’oggetto della testimonianza: la “famosa lettera al ministro Lorenzin”, ha detto il legale. Il boss di Brancaccio, infatti, sostiene di aver inviato una missiva all’allora ministra della Salute – in quota Pdl – del governo Letta: nell’agosto del 2013 chiese vitto vegetariano e uscite all’aria aperta. Lorenzin ha smentito di aver mai letteo una missiva simile. Così Graviano ha sintetizzato la sua lettera in aula: “Io spiego questa situazione, che io ero in carcere per proteggere il signore Silvio Berlusconi e gli racconto le cose ingiuste che mi stavano facendo”. A detta di Graviano l’ex premier “non mi voleva fare uscire dal carcere perché gli andavo a chiedere di rispettare i patti con mio nonno, io nella lettera lo ho scritto chiaro”. Il ministero della Salute, secondo il boss mai pentito, nella risposta “mi anticipa che già era stato introdotto il vitto vegetariano nella tabella del vitto dei detenuti” e che erano state date disposizioni “di farmi soggiornare più all’aria aperta e poi mi ha detto che per tutto il resto ci stiamo pensando”. Cos’era tutto il resto? “Dopo un mese – ha continuato il padrino – io ricevo la lettera (di risposta, ndr) e per conoscenza la risposta è inviata al Carcere di Opera e all’Asl di Milano dell’ospedale San Paolo competente sui detenuti del Carcere di Opera. Il ministero mi ha risposto che stava portando avanti tutto quello che avevo chiesto. Io avevo quella lettera ma è scomparsa quando mi hanno trasferito ad Ascoli nel 2014”. Quella missiva non è mai stata trovata, ma se ne trova traccia nel registro della corrispondenza in carcere di Graviano. “Io ho fatto un’indagine su questa lettera. Il carcere di Opera mi ha detto che non è mai arrivata, ma sappiamo invece che questa lettera è arrivata dalla Lorenzin a Graviano. Questo è importante per capire la vera natura dei rapporti tra Graviano e Berlusconi”, ha spiegato in aula l’avvocato Aloisio. “Nella prima lettera inviata all’ex ministro – aggiunge l’avvocato in aula – vengono fatti dei chiari riferimenti a quello che poi è stato il dichiarato offerto da Graviano in questa sede e quindi il famoso prestito (agli imprenditori del nord, ndr) risalente alla fine degli anni Sessanta dal nonno e da altri soggetti. Credo che questo sia importante per riscontrare la circostanza”. Insomma il primo teste della lista Graviano è l’ennesimo messaggio in bottiglia inviato in direzione di Arcore.

La ‘ndrangheta testimone – La dirigente sanitaria è l’unica teste “civile” chiesta dal boss di Brancaccio, che per il resto vorrebbe portare in aula i mammasantissima di Gioia Tauro: Pino Piromalli detto “Facciazza” e Mommo Molé. Secondo l’avvocato Aloisio Piromalli e Molè dovrebbero smentire le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonino Cuzzola (che ha parlato di alcuni documenti in loro possesso sui rapporti tra la cosca Papalia e i servizi segreti) e Giuseppe Di Giacomo il quale, nell’ultima udienza, ha sostenuto l’esistenza di un direttorio della criminalità organizzata, un “livello supremo” composto non solo dai siciliani ma anche dai calabresi. Tra questi, appunto, c’era anche Pino “Facciazza” Piromalli che sta scontando una condanna a 30 anni di carcere ed è sempre stato considerato vicino a Graviano. “Per la formazione di Forza Italia, la prima persona che Dell’Utri avrebbe contattato fu Piromalli a Gioia Tauro“, diceva intercettato l’ex parlamentare Giancarlo Pittelli. Secondo Graviano, poi, l’ergastolano Mommo Molé dovrebbe riferire del suo periodo di detenzione a Terni. In quel carcere il pentito Di Giacomo sostiene di aver ricevuto alcune confidenze da Filippo Graviano, relative agli interessi economici della sua famiglia nel Nord Italia, dove sarebbe entrato in rapporti con alcuni imprenditori tramite Marcello Dell’Utri. Attraverso il fondatore del partito di Berlusconi, secondo Di Giacomo, i boss sapevano della nascita di Forza Italia dal 1993”. “Dell’Utri – ha spiegato il collaboratore catanese – ne parlò con Aldo Ercolano. Forza Italia rappresentava una garanzia che le richieste della mafia venissero accolte. Anche la ‘ndrangheta venne coinvolta in questo progetto politico e i risultati schiaccianti dei candidati dimostrano questa convergenza”. Cosa dovrebbe fare Molè in aula, secondo Graviano? Smentire il racconto del pentito Di Giacomo? O confermarlo?

Il gotha di Cosa nostra citato dal boss – Madre Natura, come lo chiamavano i suoi uomini, ha citato come testimoni anche i tre quarti di nobiltà di Cosa nostra. Nell’elenco testi di Graviano c’è Giuseppe Lucchese, detto Occhi di ghiaccio: campione italiano di kickboxing negli anni 1982 e 1983, fedelissimo dei Corleonesi, era la punta di diamante del gruppo di fuoco che eliminò il commissario Ninni Cassarà. Con lui il boss di Brancaccio vorrebbe chiamare a deporre Giuseppe Marchese, cognato di Leoluca Bagarella, enfant prodige dell’omicidio durante la seconda guerra di mafia e poi collaboratore di giustizia. Ma non solo: Graviano vuole tra i suoi testimoni pure Domenico e Raffaele Ganci, i boss della Noce fedelissimi di Totò Riina. E poi pure il capo di Porta Nuova Vincenzo Buccafusca e i catanesi Santo Mazzei e Aldo Ercolano, il killer di Pippo Fava. E ancora: l’ex assassino Francesco Giuliano, che potrebbe riferire sulle confidenze che da lui dice di aver ricevuto il pentito Pietro Romeo, un tempo artificiere della cosca di Brancaccio.

Da Scarantino a Faccia da Mostro – Ma non solo. Nella sterminata lista testi di Graviano c’è anche Vincenzo Scarantino, il falso pentito della strage di via d’Amelio che dovrebbe riscontrare le dichiarazioni di quello vero, cioè Gaspare Spatuzza. Nella Graviano’s list c’è pure Pietro Scotto, boss dell’Arenella assolto nel processo scaturito dalle false dichiarazioni di Scarantino e arrestato di nuovo nel febbraio scorso dalla Dia di Palermo. Secondo Graviano, Scotto dovrebbe smentire il pentito reggino Nino Logiudice detto il “Nano”, che sostiene di aver saputo dal boss dell’Arenella informazioni sull’esplosivo utilizzato nella strage di via d’Amelio e al ruolo del poliziotto Giovanni Aiello, indicato come “Faccia da mostro“, e cioè il killer a cavallo tra Stato e mafia attivo in Sicilia negli anni delle stragi. Insomma: i segreti di cui sono depositari i testimoni chiesti da Graviano rappresentano l’enciclopedia dei misteri a cavallo tra Stato e mafia.

“Mi piacerebbe interrogare Molè e Piromalli” – Nella prossima udienza, la presidente della Corte d’Assise di Reggio Calabria deciderà se accogliere o meno le richieste di integrazione avanzate dagli avvocati. Di certo un eventuale via libera all’interrogatorio dei boss calabresi e siciliani, così come vuole Graviano, farebbe slittare la sentenza del processo rinviandola a dopo l’estate. Per il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo non ci sono dubbi: “Le richieste della difesa devono essere rigettate perché inammissibili”. Secondo il pm, infatti, “le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Di Giacomo in realtà non si fondano sulle confidenze che lui riceve dai soggetti indicati dall’avvocato”. E comunque “siamo fuori dal perimetro di questa fase dell’istruttoria”. “Mi piacerebbe – ha concluso il magistrato – che venissero in aula Mommo Molé e Pino Piromalli per rispondere alle mie domande, ma sono soggetti che non hanno mai detto nulla e che potrebbero venire qui solo ad avvalersi della facoltà di non rispondere”. O magari parlare e seguire l’esempio di Graviano. Uno spartito fatto di rivendicazioni, bugie, minacce e messaggi trasversali.

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