La sentenza con cui la Corte di Cassazione ha fatto crollare l’accusa più grave a Carminati e ai suoi soci, quella da 416bis, è stata emessa il 22 ottobre dell’anno scorso. Le motivazioni sono state rese pubbliche l’11 giugno di quest’anno. Otto mesi. In otto mesi si sarebbe potuto celebrare il processo d’appello rinnovato. In otto mesi si può riscrivere il codice penale da cima a fondo. Invece è il tempo che c’è voluto a spiegare perché Carminati è un criminale comune e non un mafioso di concetto.

La discussione pubblica sulla giustizia si riduce nella contesa dai toni spesso truci tra chi è accusato di volere il forcone perenne e chi il condono a vita.

Mai una riflessione su come si esercita la professione di magistrato, come si individua colui che lavora e chi lo scansa, come si premia l’uno e si colpisce l’altro.

Non basteranno le riforme, anche le più illuminate, a rendere certo, veloce e soprattutto equo il giudizio se, malgrado le misure di accertamento della produzione dei singoli, resterà certa solo l’incertezza, assoluta solo la convinzione che chi vuole produce e chi si nega attende comodo in poltrona.

All’evasione fiscale, che è un danno permanente alla nostra economia, si aggiunge questa seconda e più minacciosa evasione dal lavoro, che dall’alto si irradia verso il basso bruciando diritti e reputazione.

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